Londinesi ma di chiare origini israeliane, gli Oi Va Voi avevano fatto notizia impressionando critica e pubblico con il loro “Laughter Through Tears” del 2004, secondo album (dopo un ormai introvabile disco d’esordio), nel quale proponevano un’intrigante miscela di elettronica, pop e danze tradizionali mediorientali e dell’Est Europa.
Persa la violinista Sophie Solomon e l’ospite fissa KT Tunstall (sì, quella del tormentone “Black Horse And The Cherry Tree”....), e dopo varie traversie personali e discografiche, i cinque membri della band ritornano sulle scene con questo album omonimo, in cui cedono qualcosa in termini di energia, ma confermano il loro talento nel confezionare canzoni pop singolari e armoniose.
L’album pare dedicato alla figura di Yuri Gagarin, astronauta russo, e ad aprire il disco è proprio una comunicazione che sembra venire dallo spazio su cui si innalza un’allegra danza elettro-etnica, un po’ Bregovic e un po’ Kraftwerk.
Le influenze tradizionali nel resto del disco sono però meno marcate, così come viene ridotto l’uso dell’elettronica. A far da padrone sono canzoni pop ben costruite a volte debitrici a degli Air più lounge (“Look Down”), altre volte delicatissime e dai sapori orientaleggianti o malinconicamente gitani (“Dry Your Eyes”; “Worry Lines”).
Dimostrano in ogni caso gran classe, gli Oi Va Voi, nelle orchestrazioni dei loro pezzi, basti sentire il crescendo tra clarinetto e violino nel bel folk-pop di “Further Deeper” o l’uso degli archi e degli strumenti tradizionali a corda nel meraviglioso sottofondo etnico di “Black Sheep”.
Il disco mostra invece la corda quando rischia episodi leggermente inusuali; la finale “Spirit Of Bulgaria” (praticamente uno di quei messaggi vocali presenti nei cd per pulire le testine del lettore) è solo un divertissement, “Dissident” è una sorta di preghiera yiddish-russa con trombe che ricordano i Blood, Sweat & Tears, mentre in “Balkanik” ritornano le danze folkloristiche ma stavolta la canzone è troppo ripetitiva, meno riuscita dell’iniziale “Yuri” e si risolleva solo nel finale.
In conclusione, però, nonostante manchi forse la verve di alcuni pezzi di “Laughter Through Tears”, il disco, registrato tra Tel Aviv e Londra, conferma l'abilità del gruppo nell'amalgamare tradizioni musicali etniche con elementi moderni in maniera non banale e sempre efficace. E non è cosa da tutti.