Rosie Thomas

These Friends Of Mine

2007 (Nettwerk) | alt-folk

Al suo quarto lavoro, il primo per Nettwerk dopo la separazione dalla SubPop, Rosie Thomas raggiunge un obiettivo: candidarsi a voce alt-folk femminile di riferimento per gli anni a venire.
E’ ambizioso "These Friends of Mine" e non solo per i featuring, i "friends" del titolo appunto, Damien Jurado (padrino artistico), Jeremy Enigk, David Bazan e sua maestà folk in persona Sufjan Stevens (testimonial ufficiale), con cui offre una versione di "The One I Love" dei Rem da brividi (personalmente, pari all’originale pur essendone stravolti ritmi e atmosfera).

Scivola via così un disco di dieci tracce (una bazzecola per uno come Stevens) quasi un Ep un po’ più lungo del normale, tra ballate di chiarissima matrice Mitchell-iana (nel senso di Joni), fingerpicking e ritmiche inesistenti, con voci sovrapposte e un gioco fatto di banjo, archi e cori intimisti, vedi "Much Farther To Go", o l’apertura di "If This City Never Sleeps" o il classico "pezzo che vale il lavoro intero", "Paper Doll", cover di Witmer da lucciconi e pelle d’oca.

A trovare un difetto al tutto non ci si mette molto, l’essere eccessivamente derivativo, o assimilabile a quanto proposto in questi tempi (da Mr.Illinoise in particolare), e di aggiungere poco al discorso chiamato "alternative folk".
A parziale attenuante della condanna, però, aggiungerei che "derivativo" può essere etichettato il 95% della grande musica attuale (Bright Eyes, Arcade Fire e Stevens inclusi), quindi non ne farei un dramma.
Aggiungerei inoltre il fatto che, pur non essendo un disco rivoluzionario, il quarto lavoro della Thomas ha dieci gemme, di un’atmosfera unica, ed è un disco divertito (e ci sono vari sketch registrati e buttati dentro a testimonianza) e allo stesso tempo navigato, insomma una splendida istantanea di un talento cristallino.
Una voce che riesce a imprimere le giuste sensazioni nel suo essere "piccola" e soffusa, di quelle che cantano in disparte, eppure riescono a farsi sentire. Leggera quanto i banjo e le chitarre che la sostengono, anzi, che l’accompagnano, senza esserne mai travolte.

Provate con una delle altre due cover incluse, quella di "Songbird" dei Fleetwood Mac, tre minuti di sola voce e chitarra e chiusura con gli archi puramente estatica, o "Say Hello", l’unica traccia in cui si lascia spazio a una strofa cantata da un’altra voce che non sia la sua (indovinate un po’ di chi si parla? Sì lui), o la fantastica, conclusiva, liberatoria, title track, l’unica in cui l’autrice alza un po’ la voce, ma è il suo grazie, la sua testimonianza di amicizia, che se non va gridata, poco ci manca.

Si potrebbe evitare un ascolto a questo punto? Se volete evitarvi quaranta minuti scarsi di fuga, di soliti discorsi su amicizia, amore, famiglia e New York (ancora?! Sì ancora), fate pure.
Anche se rimarrà un circolo di amici, è bello starci dentro, è bello perdersi ancora per qualcosa, anche se reiterata, derivativa e che suona "suonata". Anche solo per quaranta minuti

(22/03/2007)

  • Tracklist
  1. If This City Never Sleeps
  2. Why Waste More Time?
  3. The One I Love
  4. Much Farther To Go
  5. Paper Doll
  6. Kite Song
  7. Songbird
  8. All The Way To New York City
  9. Say Hello
  10. These Friends Of Mine
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