Machinefabriek

Dauw

2008 (Dekorder) | glitch, ambient, folktronica

The making of a soul. Un’idea di “folktronica” ambientale che trascende il parossismo cut’n’paste dei Books, né si butta a pesce sui canoni basinskiani della ripetitività in loop. Le infinitesimali rifrazioni di “Alina” (Arvo Pärt), chitarra acustica e pianoforte ripetuti su fruscio di field recordings in crosta digitale, tattili trasparenze elettroacustiche, scroscio di piatti e percussioncine birbanti che giocano a nascondino: tutto questo è la prodigiosa “Porselein”, che del nuovo “Dauw” “setta” magnificamente il mood.

Prevalgono difatti l’intimismo, l’umanità e la grazia nel nuovo lavoro di Rutger Zuydervelt alias Machinefabriek. Umanesimo scarno, epistolare, che fa tesoro delle intuizioni di figure quali Philip Jeck, Fennesz o delle virate cosmiche di un Murcof, ma le piega alla sottile dimensione più congeniale al musicista olandese (ancora tulipani?). Uno spazio abitato da languori ambient gestiti senza prolassi, fra scricchiolii di vinile e reperti di musica concreta (“Fonograff”); o da miraggi glitch dove il nostro s’atteggia a David Pajo ulteriormente “spolpato”, sfibrato, tutto preso a reiterare una solfa chitarristica che, quasi per magia, evolve in accordi più caldi e accorati (la title track).

E se le braci di “Engineer” ancora scoppiettano e s’arricciano, in un gioco di specchi fra analogico e digitale che ricorda da vicino le volumetrie astratte di Dean Roberts, i 26 minuti di “Singel” portano a compimento la mutazione, verticalizzando sovratoni in planata su melma rugginosa e impercettibili crescendo in background. Respira, ciclico, un senso di “progressione”, nonostante l’immutabilità dell’armonia; le strutture vengono erose, come sottoposte agli agenti atmosferici (ancora Basinski), e la massa fluttua, ora trasparente, ora impetuosa, conservando al suo interno l’imago della grandezza che fu.

Vividamente poetico, “Dauw” pare l’espressione di quell’originalità elettroacustica che opere quali l’osannato “Marijn” (2006) o “Ranonkel” (febbraio 2008) abbozzavano in modo già stuzzicante ma confuso. Ora tutto torna, finalmente. C’è solo da augurarsi che Zuydervelt non perseveri nella cattiva e mai troppo vituperata abitudine di disperdere mille intuizioni in altrettanti album, mini e cd-r, arrivando invece a gestire con maggior oculatezza la propria produzione discografica. Forse la speranza è vana, ma “Dauw” mostra di cosa è capace il signorino quando fa il punto della situazione e, nella piena consapevolezza dei propri mezzi (e limiti), racconta semplicemente il suo mondo. Essenziale.

(18/02/2009)



  • Tracklist
  1. Porselein
  2. Fonograaf
  3. Engineer
  4. Dauw
  5. Singel
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