Esce in sordina, autoprodotto nella semioscurità della sua etichetta personale la Martyr Inc, l’ultimo capitolo della dissestata carriera di Whitey Ford
aka Everlast,
aka Erik Schrody. Un nome d’arte nel nome d’arte. L’
alter ego dell’
alter ego con cui il nostro irlandese musulmano ha scisso i suoi trascorsi nell’ hip-hop dai successivi capitoli di cantautorato
rocktronico (innervato di
black music).
Due parabole cominciate entrambe molto bene - la prima con l’
exploit di “House Of Pain (Fine Malt Lyrics)” (1992), un classicissimo
oldschool come “Jump Around” e la candidatura a miglior
rapper bianco della sua generazione, la seconda con il triplo platino di “Whitey Ford Sings The Blues” (1998) e un singolo di successo come “What It’s Like” - e finite abbastanza male, con lo scioglimento del gruppo e il fallimento commerciale degli album successivi.
Troppe volte spacciato per spacciato (anche letteralmente, dopo l’attacco cardiaco del '98) e improvvidamente risalito agli onori delle cronache, più per gli eccessi del personaggio che per gli allori musicali, come nella faida verbale a colpi di minacce (mediatiche), invidie (reali) e corna (supposte) che qualche anno fa lo contrappose al nuovo
working class hero del rap mondiale, Eminem, il cantante newyorkese ha rilasciato l’opera forse migliore della sua carriera solista, proprio ora che il pubblico sembra avergli definitivamente voltato le spalle. “Love, War And The Ghost Of Whitey Ford” è un vigoroso compendio dell’ Everlast pensiero (al solito diviso fra iperrealismo sociale, edonismo un po’ macho, introspezione virile) e una summa efficace della sua (elementare) teoria musicale (
cut e
beat sintetici di sottofondo, pennate
folkie, sospensioni soul,
spoken word ritmati e vocalismi
bluesy aspri e granitici). Di grana grossa, enfaticamente popolare, un po’
raunchy, quasi uno
Springsteen (o un Bob Seger) del rap/rock.
Non una pietanza per palati snob, pacifico, ma d’altro canto come si fa a non provare almeno un po’ di simpatia per uno così sfacciato ed entusiasticamente
naif da innestare il
vocal iniziale di “Insane In The Brain” dei Cypress Hill, sulla ritmica di "Jump Around" dei suoi ex House Of Pain nella cover centaura di “Folsom Prison Blues” di
Johnny Cash (altro suo nume tutelare)? O che prende ingenuamente di petto il presidente uscente in ben due tonitruanti
anti-war come “Kill The Emperor” e “Naked”? Ma capace anche di confezionare
panzer elettronici ballabili e malleabili come “Die In Yer Arms” e “Dirty” (possedute da una sotterranea vena
electro-funk), ispirati
dark-blues come “Everyone” (sudista, sudata e strumentale) e “Letters From The Garden Of Stones” (
hardtronica con tagli hip-hop e un suggestivo controcanto femminile mediorientale che affiora qua e là in sottofondo), country-soul robusti come “Everyone” (acustica e asciutta, con accompagnamento d’archi), “Tuesday Mornin’” (quasi chiesastica nella sua progressione) e “Weakness” (con sfumature più
darky), dissolvenze trip-hop come “The Ocean”.
Un misurato esercizio di solidità ed eclettismo. Un concept
blu-collar, a suo modo riuscito e sentito. Diffidate delle apparenze: ascoltare per credere.