Kooks

Konk

2008 (Virgin) | pop

Che i Kooks non fossero l’esatto prototipo del gruppo di talento lo si era capito fin dalla fortunata pubblicazione del debutto “Inside In/Inside Out” di due anni fa: tanta melodia, grande versatilità, un’eccellente padronanza della propria musica, sottolineata da un livello tecnico sensibilmente superiore alla media, ma nel complesso la proposta del quartetto britannico andava a collocarsi all’interno di un solco assai collaudato e abbastanza convenzionale. Il che poteva anche starci, trattandosi di un gruppo con credenziali e ambizioni genuinamente mainstream. Tutto andò come in fondo doveva andare e “Inside In/Inside Out” vendette in quell’estate più del Ddt o di una crema solare, monopolizzando le programmazioni radiofoniche e televisive.

C’era quindi una discreta curiosità di vedere come il gruppo si sarebbe mosso all’interno di un mercato assai competitivo e inflazionato come quello inglese, poco restio peraltro a perdonare passi falsi e quasi del tutto sprovvisto di memoria storica, preso com’è dall’isterismo mediatico di entusiasmi che si essiccano con la stessa spiazzante rapidità con cui sono disordinatamente germogliati una settimana prima.
La risposta a tutti i dubbi infilando nel lettore il nuovo, atteso “Konk” non tarda comunque ad arrivare: chitarre, chitarre e ancora chitarre, praticamente ovunque, per di più sposate a un’idea di classic-rock pomposo e barocco oltre ogni più ragionevole misura. Quello che ne esce fuori è una sorta di pin-up pop’n’roll (se mi si passa il termine) d’altri tempi, che a partire dal rutilante singolo “Always Where I Need To Be”, inizia a costruire a colpi di “tuturututu” e ammiccanti schitarrate a gambe divaricate una piccola disneyland la cui potente illuminazione artificiale prolunga a tempo indeterminato il sole di un noioso pomeriggio hollywoodiano. 

Le canzoni entrano in testa già al primo ascolto e questa del tutto paradossalmente è la loro principale debolezza: dopo tre quattro passaggi hanno infatti esaurito tutto il loro potenziale e tendono a scivolare via come acqua fresca, tutto è disposto ed esibito in modo impeccabilmente curato lungo una superficie perfettamente rotonda, non ci sono dettagli o particolari che emergano a un ascolto più attento e sottile.
I riferimenti da fare sono soprattutto Aerosmith, Bon Jovi, Faces (di cui questi Kooks sembrano una modesta reincarnazione postmoderna), Motley Crue, Foo Fighters, a tratti (ebbene sì) Hanson (l’età del resto è di poco superiore) e il sospetto è che questi Kooks ormai scrivano canzoni soltanto per finire sotto le lenzuola di qualche minorenne schiamazzante, come del resto il gruppo stesso sembra quasi confessore nell’imbarazzante machismo phonato di “Do You Wanna”, ai limiti della più pacchiana tamarraggine.

Avere poco più di vent’anni ed essere già bolsi, storditi, viziati (e viziosi) come i Doors della gloriosa decadenza. Questo è quello che viene da pensare. Perché i giri di canzoni come “Gap” (una pallida imitazione di “Naive” che si perde nel ritornello), “Love It All”, “Stormy Weather” sono leve pop che al massimo riescono a sollevare una coppa di champagne dalle labbra fino all’ombelico di qualche groupie ubriaca e compiacente, nulla di più.

Detto questo, il disco non deluderà i fan più giovani, come in fondo è giusto che sia, ma questo è uno di quei rarissimi casi in cui ci si sente fortunati a non avere più sedici anni, perché seguire le imprese di questi giovanotti è ormai diventata una questione di mero e blando collezionismo. Ci troviamo di fronte a manovalanza pop di mediocre levatura che vale più o meno come qualsiasi altra attualmente in circolazione e che potrà dunque venire sostituita da chiunque senza che se ne senta troppo la mancanza. Come dicevano i proverbi dei padri, prosaiche braccia sottratte all’agricoltura.

(14/05/2008)

  • Tracklist

1.  See The Sun
2.  Always Where I Need To Be
3.  Mr. Maker
4.  Do You Wanna
5.  Gap
6.  Love It All
7.  Stormy Weather
8.  Sway
9.  Shine On
10. Down To The Market
11. One Last Time
12. Tick Of Time

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