Non che pretendessimo di conoscerli intimamente. D’altronde oggi chi può dirlo e soprattutto di chi? D’accordo. Però una qualche idea su di loro in questi ultimi due anni ce la siamo pur fatta. Nostalgici, esterofili, orgogliosamente indipendenti e dediti a un alacre quanto silenzioso “do it yourself”, il duo veneziano, salpato da lungi con “A Sweet Mama Gonna Hoodoo Me” (datato 2004 e pubblicato solo all’estero), ha stupito tutti con l’inatteso (e gradito) ritorno in patria da profeti di “Songs For Faraway Lovers” (2006). Un album rustico e vitale, sorprendentemente felice nel declinare le (altrui) radici della musica popolare (country e blues) con le “scariche” d’esuberanza puberale (garage, punk) e la saggia ironia (an)estetica di chi proviene da una “provincia” musicale dell’occidente civilizzato (l’asfittico
underground italiano).
Punk campestre trafelato, fantasioso, suonato in un bel sorso e in grado di scatenare immaginarie quadriglie di speroni che tintinnano a ogni sbattere di tacchi. Perché se c’è una dote dei Mojomatics che anche il loro più acerrimo detrattore non può proprio fare a meno di riconoscere, è la facilità con cui fanno librare melodie agili, nervose, ubriacanti da ossute carcasse bovine che si rosolano al sole. Costringendo sinapsi, lingue e fianchi a dimenarsi pressoché all’unisono. Un vizietto che nel nuovo album si consolida nell’intimo di un sostrato armonico più urbano, intagliato, sfrondato, rifinito pur senza ricorrere a correzioni o aiuti digitali. Più vicino alle “grotte” del Mersey, insomma, che ai saloon del
Far West o alle stamberghe del blues.
Si va dal
paso doble quasi marziale di “Wait A While” al
punkabilly “You’re Not Me (Unfortunately)”, dal ballabile alla Fleshtones (“Complicate My Life” forse il motivo più
catchy) all’armonica
stonesiana con
handclappin’ sincopato di “Miss Me When I’m Gone”.
E se la loro vena più ruvida e silvestre sopravvive nel
rockabilly di “Stars Above” e nel blues
di “Askin’For A Better Circumstance” che trova comunque nel ritornello la sua catarsi pop, sono i
sixties groove più orecchiabili e
yé yé di “Winter Got No Eyes” (quasi
kinksiana), “Clear My Sins”, “Down My Spine” e “Hole In My Heart” a dare un taglio decisamente
mod alla loro estrazione garage un po’
Jam.
Restano spaiate “She Loves” (che lambisce quasi i
Ramones) e “Losin’ Time” (garage/ rhythm’n’beat). D’altro canto, che i nostri avessero poco a che spartire con la lordura adolescenziale dei
Black Lips o con i profanatori di tombe dei primi anni 80 era storia già nota.
Ma non giudicateli male per questo: non saranno i
Two Gallants italiani ma nemmeno gli Audio 2.
Give’em an ear!