Echo and The Bunnymen

The Fountain

2009 (Audioglobe) | pop-wave

Gli Echo And The Bunnymen sono una di quelle band che hanno raccolto meno di quanto hanno seminato, ma di cui di tanto in tanto si torna a parlare. Vuoi perché i Coldplay dichiarano di essere influenzati dai loro successi storici (alcuni anni fa inclusero "Lips Like Sugar" nelle scalette del tour promozionale di "A Rush Of Blood To The Head") e perché nel 2003 sia Chris Martin sia il chitarrista Jonny Buckland sono stati ospitati nel disco solista di Ian McCulloch "Slideling", oppure perché i parigini Nouvelle Vague hanno riproposto in una chiave inusuale, quest'anno, "All My Colours" all'interno dell'album "3" - per di più con la complicità dell'ormai cinquantenne leader del gruppo di Liverpool, che per l'occasione duetta con Mélanie Paine - ma c'è una nuova generazione di fan che sta riscoprendo i loro dischi (molti dei quali sono stati rimasterizzati in digitale pochi anni fa da Bill Inglot e Dan Hersch, già all'opera con l'ottimo cofanetto "Crystal Days" fresco di ripubblicazione) e si reca ai loro concerti. L'anno scorso, inoltre, la band è stata protagonista di un grande concerto alla Royal Albert Hall, durante il quale ha rieseguito tutto l'album "Ocean Rain": uno dei momenti più alti della loro carriera, il disco è stato di recente oggetto di una ricca ristampa "deluxe" contenente l'intero storico concerto londinese del 1983, per la prima volta per intero su compact disc. Mai come nell'ultimo decennio, infine, sono uscite tante antologie a loro dedicate (alcune fatte molto bene e altre decisamente più discutibili).

McCulloch e Sergeant tornano con una band rinnovata e un album di canzoni inedite, a ben quattro anni di distanza dal precedente "Siberia" (e a tre dalla pubblicazione del live "Me, I'm All Smiles"). "The Fountain" sarebbe dovuto uscire l'anno scorso e avrebbe segnato il ritorno in casa Warner, ma è diventata invece la prima uscitadella piccola etichetta Ocean Rain. E non è l'unica novità: cambia anche il produttore, che stavolta è John McLaughlin - no, non si tratta del celebre collaboratore di Miles Davis e chitarrista della "Friday Night In San Francisco", ma di un suo omonimo con un buon curriculum come produttore e autore per gruppi e artisti pop che più pop non si può: Busted, Worlds Apart, 911 ("Don't Make Me Wait", "Bodyshakin"), 5ive ("When The Lights Go Out") e Westlife ("Queen Of My Heart"). Un mondo lontanissimo, insomma, da quello cui ci hanno abituati la storia, le sonorità e le influenze del gruppo inglese.

Eppure il risultato è discreto, il sound è talvolta aggiornato quanto basta per avere un certo appeal adatto alle emittenti radiofoniche. Il primo singolo, "Think I'll Need It Too", ha avuto un buon riscontro in Inghilterra anche se è costruito su pochi prevedibili accordi e ha un ritornello piuttosto banale ("Qualsiasi cosa tu voglia, qualsiasi cosa di cui tu abbia bisogno, penso di averne bisogno anch'io"). Al primo ascolto sembra un tentativo di riscrittura di quella "Stormy Weather" che apriva il precedente "Siberia", o una nuova "The Game" immaginata come se fosse incisa dagli Snow Patrol. In altri casi vengono in mente i Coldplay, specialmente in "Forgotten Fields" (si noti in particolare la sezione ritmica) o certe cose dei New Order più recenti ("Do You Know Who I Am?", che è uno tra i loro brani più solari, e "Shroud Of Time").

Con "Life Of 1,000 Crimes" aggiungono un'altra canzone leggera nel loro repertorio, che stavolta strizza l'occhio a certi successi degli ultimi anni (dagli Hard Fi ai Kooks) riuscendo contemporaneamente a ricordare alcuni episodi del disco omonimo del 1987. Chris Martin è ospite nella canzone che dà il titolo all'album: solida e arrangiata con gusto, forse non riesce a essere la nuova "Bring On The Dancing Horses", ma è uno dei pochi veri momenti da antologia di un Lp che spesso ci mostra una band che va avanti con il pilota automatico. Piuttosto anonima, e simile al pezzo d'apertura, è invece "Everlasting Neverendless"; "Proxy" è un misto tra i Dandy Warhols e il David Bowie di "Suffragette City". Se Ian McCulloch si fosse impegnato avrebbe donato a "Drivetime" un ritornello più memorabile, ma il risultato finale è in ogni caso molto buono, grazie ancora una volta alla qualità dell'arrangiamento. Ian ha dichiarato di essere fiero della conclusiva "The Idolness Of Gods", una ballad finalmente ispirata anche nel testo (e che poco ha da invidiare ad altre incise in passato, come "Rust" e "What If We Are") in cui però è il piano, più che la chitarra di Sergeant, ad emergere.

Questo non è il loro miglior disco dai tempi del malinconico "What Are You Going To Do With Your Life" né da quelli di "Ocean Rain", come si affretta ad affermare nelle interviste di questi giorni il leader (il quale ci ha abituati, a dire il vero, a paragoni ingombranti abbinati a certe considerazioni poco felici sui colleghi) ma è un lavoro dignitoso, come forse è lecito aspettarsi da una band con trent'anni di carriera alle spalle - seppur interrotta per anni e con cambi di line-up talvolta resi indispensabili da eventi anche tragici. Non ce la fa ad emozionare come i dischi dei bei tempi andati, e nel complesso sembra che la forma prevalga sulla sostanza, ma non è neppure un tentativo disperato di restare al passo coi tempi cedendo alle mode più facili e becere.

(11/10/2009)

  • Tracklist
  1. Think I Need It Too
  2. Forgotten Fields
  3. Do You Know Who I Am
  4. Shroud Of Turin
  5. Life of 1,000 Crimes
  6. The Fountain
  7. Everlasting Neverendless
  8. Proxy
  9. Drivetime
  10. The Idolness Of Gods
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