Grandmaster Flash

The Bridge - Concept Of A Culture

2009 (Strut) | hip-hop

C’era una volta un ragazzo di nome Joseph Saddler, che coi suoi genitori si trasferì dall’isola di Barbados agli isolati del South Bronx. Joseph, già allora più noto col nome di strada di Grandmaster Flash, era uno che si dava da fare: s’inventò una discoteca itinerante a cielo aperto, un genere di festa che nessuno aveva mai visto prima e che si sposava a meraviglia con le ristrettezze della crisi energetica. Ci si dava appuntamento nel parco fra la 169ma e Boston Road, si collegava l’impianto ai lampioni dell’illuminazione stradale ed ecco che prendeva vita una nuova forma di raduno musicale, i primi bloc party, le adunate di quartiere che fecero dei dj i pionieri di una nuova cultura (l’hip-hop) e i sacerdoti dell’ultima musica da ballo (la break-dance). Per Flash è il lasciapassare che gli consente di uscire dal ghetto e recarsi a Manhattan, l’ombelico di tutto, il cuore del clubbing, dove apprende le tecniche del cutting (tagliare i brani battuta per battuta) e del phasing (diminuire o aumentare ad arte i giri di un disco) e altre ne inventa di suo come il collage di break strumentali (antenato del sampling) e il backspinning (l’arte di far ruotare all’indietro il disco per ripeterne intere frasi).

Poi la febbre del freak, la disco, le porte del mercato che si spalancano, i primi singoli e la consacrazione: Grandmaster Flash & Furious Five (con gli amici Cowboy, colui che inventò foneticamente la dicitura hip-hop, scandendo a passo di marcia "hip, hop, hip, hop" con l’intento di prendere in giro un fratello che stava sotto le armi, Kid Creole e Melle Mel), “Superappin’” per la Sugarhill Gang, che è come dire Tin Pan Alley per la musica pop o Chess per il rock’n’roll, “Freedom”, “The Adventures Of Grandmaster Flash on the Wheel of Steel” (Blondie, Queen e Chic passati a ritmo tribale), fino a “The Message”, la chiave di volta, la pietra filosofale, la musica da party che incontra la cronaca di strada, il rapping abbraccia la coscienza socio-politica, imbastardisce l’arte oratoria di Scott-Heron e dei Last Poets. E ancora: le battaglie per la supremazia cittadina con altre leggende come Kool Herc, DJ Tex e, soprattutto, Afrika Bambaata (il suo stile geometrico, cartesiano, intellettuale che è l’altra faccia di quello lascivo e freak-glam di Flash), un tour con i Clash, nello sconcerto generale del pubblico, il passaggio alla Elektra, i dischi solisti, l’ultimo “On The Strength” (col sestetto originale riunito), la morte del suo pupillo Cowboy per overdose e il ritiro discografico a poco più di trent’anni. Una vita intensa, una parabola che è già storia, culminata con l’accesso, primo artista rap di sempre, alla Rock’n’Roll Hall Of Fame nel 2007.

“The Bridge – Concept Of a Culture” è un bigino sufficientemente illustrativo del Flash-pensiero, una specie di riepilogo sinottico attraverso gli stili e le voci delle persone che a lui si sono ispirate nel corso di trent’anni di carriera: c’è l’elogio sperticato alla tradizione dei quattro elementi (“Here Comes My Dj”, in cui si ricongiunge idealmente e fisicamente all’amico/nemico/maestro/rivale Dj Kool Herc, “Tribute To The Breakdancer” che ospita anche un freestyle di Supernatural, e i graffiti del cuore, quelli del suo blocco, quelli che nessun Rudy Giuliani riuscirà mai a strappare dall’intonaco della memoria di “Bronx Bombers”), il debole per mcing femminile e l’easy listening da party privè di “Those Chix”, il genio di Q Tip nella danza del ventre di “Shine All Day”, il flow grintoso e formicolante di Busta Rhymes in “Bounce Back” e quello sornione e compassato di Snoop Dog (“Swagger”), la fierezza oldschool di KRS “ ooh ooh that’s the sound of tha police” One (che uomo meraviglioso, su di lui ci vorrebbe un libro, altro che una parentesi) che in “What If” rievoca la nascita dell’hip-hop e ci ricorda tutto quello che ci saremmo persi se gente come Flash non fosse mai esistita.

In definitiva: un ritorno più che dignitoso, che soffre di qualche uplifting da dancefloor, ma che, complessivamente, non tradisce la ruggine degli anni. L’opera è un eccellente viatico per chi volesse addentrarsi alla scoperta del suo straordinario autore anche se, a conti fatti, conta più per chi lo dice che per quello che dice.

(04/05/2009)

  • Tracklist
  1. Welcome
  2. Shine All Day
  3. We Speak Hip Hop
  4. Here Comes My Dj
  5. Bounce Back
  6. Swagger
  7. What If
  8. Unaswered
  9. Tribute To The Breakdancers
  10. Grown & Sexy
  11. When I Get There
  12. Connection
  13. I Got Sumthing To Say
  14. Can I Take You Higher
  15. Unpredictable
  16. Those Chix
  17. Bronx Bombers
  18. Zuka The Sound
  19. Oh Man
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