Q Tip

The Renaissence

2008 (Universal Motown) | hip-hop, neo-soul, funk

Cresciuta nei primi anni Ottanta attorno alla figura totemica di Afrika Bambaataa, la Native Tongue si è dimostrata una delle crew più creative e originali del suo tempo (A Tribe Called Quest, De La Soul, Jungle Brothers, Queen Latifah, Mos Def, Common) e i semi gettati allora nella vallata incolta dell’hip-hop continuano a fiorire ancora oggi, a.d. 2008, che quella vegetazione selvaggia assomiglia più a un giardino pensile. Di Q Tip, già un terzo degli A Tribe Called Quest e principe del rap “astratto” e intellettuale, come solista s’erano perse le tracce ben nove anni fa, dopo il magistrale “Amplified” e l’ambizioso e geniale, forse troppo geniale e troppo ambizioso, “Kamaal The Abstract” (2002), l’ennesimo disco fantasma di quest’epoca infotelematica, sbattuto fuori catalogo dall’Arista e fortunosamente recuperato sul web.

Ora, dopo un periodo in cui non si può certo dire sia rimasto con le mani in mano (impegnato in featuring e produzioni che vanno dai R.E.M. a Sergio Mendes, passando per Kanye West e RZA, un film da protagonista con Monica Bellucci e Spike Lee, il poco lusinghiero “She Hates Me” del 2004, senza contare la reunion degli ATCQ del 2006), torna in grande stile con questo “The Renaissence”. Uno dei più bei dischi hip-hop dell’anno che va sfumando. Un album che già dal titolo dice tutto: far convivere ciò che resta della East Coast Renaissence con il flessuoso ed esteso spettro melodico del rap degli anni Zero, la cronaca vissuta e il dancefloor. Il basso funkrotondo e imperversante, i cori neo-soul, i tocchi jazzati, le vertigini pop sormontate con ineguagliabile ricercatezza da quel suo flow acrobatico e cristallino, da quella voce inconfondibile che sembra dissetarsi d’elio più che d’ossigeno.

Da un lato: “Johnny Dead” è un funky tranquillante alla ATCQ, affettato dalla chitarra elettrica, che si lancia in un ritornello degno del primo Jamiroquai, “Won’t Trade”  un dedalo di sample e turntable; dall’altro: in “Gettin’ Up” si trasforma in dicitore cortese del nu soul, un giacimento a cui attinge anche in “We Fight/We Love”, sospesa fra guerra e pace in un’onirica placenta dub, e corona poi con “You”, vetta assoluta di romanticismo black, con la ritmica sottile e spezzettata, il piano pop, le strie corali. Poi ancora scalpiti oldschool (“Official”, con la base sincopata, i labirintici cambi d’accento, il piano jazzato in controtempo e “Mawomanboogie”, cruda, essenziale e galoppante in groppa al suo basso slappato), la disco-exploitation di “Move” (prodotta con inarrivabile maestria da J Dilla) divisa in due parti e percorsa da bolle di synth che si gonfiano e poi esplodono nell’aria con delizia, lo show a cappella di “Dance On Glass”, lo scat funkdi Nora Jones nella serrata e sintetica “Life’s Better” e un D’Angelo che ulula come un fantasma ballerino in “Believe”, inno al suo pensiero forte e afrocentrico.
Semplicemente da incorniciare.

(29/12/2008)

  • Tracklist
  1. Johnny Is Dead
  2. Won't Trade
  3. Gettin' Up
  4. Official
  5. You
  6. We Fight/We love
  7. Manwomanboogie
  8. Move
  9. Dance On Glass
  10. Life's Better
  11. Believe
  12. Shaka
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