Health

Get Color

2009 (Lovepump United) | noise, industrial, post-punk

Il quartetto losangelino Health approda in questi giorni al suo secondo album (il primo, dal titolo omonimo, era uscito nel 2007, seguito l’anno successivo da un disco di remix, “Health/Disco”). Gravitante nell’orbita di quello Smell in cui gruppi come No Age si sono fatti un buon nome prima di conquistare il pubblico indie planetario, questa band si segnala per un suono alquanto composito, nel quale si rintraccia una propensione spiccata per tribalismi ritmici serrati (ai limiti del noise), unita all’espressionismo ferocemente astratto di parentesi strumentali dalla fortissima matrice post-punk-industrial. Sul tutto poi, a fluidificare un siffatto amalgama di suggestioni, va ad adagiarsi una patina eterea di dreampop-shoegaze che disegna fragilissimi abbozzi impressionistici di melodie indefinite, sussurrate dalla voce disincarnata ed ermafroditica del cantante Benjamin Jared Miller. Un intreccio di riferimenti che (per rimanere nell’ambito di band strettamente contemporanee) si spinge dai Liars agli Atlas Sound, passando per Animal Collective, Black Dice e Fuck Buttons, fino a sfiorare Foals e Crystal Castles (con i quali gli stessi Health in passato hanno stretto una fortunata collaborazione, il singolo “Crimewave”, ben accolto in Inghilterra).

Quello che colpisce è senz’altro la bontà di alcuni pezzi, come “Die Slow” o “Nice Girls”, in cui un’attitudine vagamente pop melodica riesce a innestarsi nel tessuto butterato e tumefatto di un synth-industrial trivellante e robotico, squarciato da rumorismi alienanti ma al tempo stesso quasi esoterico-ritualistici nel loro incedere cadenzato. Così, all’apatico e abulico ipnotismo della catatonica “Death+”, risponde il clangore mistico di “Before Tigers” o le acidissime coloriture in disfacimento della bella “Severin” (quasi l’urlo bisbigliato di un tela di Schiele che si sfalda al calore inesorabile di una fiamma ossidrica).

Tutto tende a predisporsi lungo le coordinate di un viaggio sonoro che arriva alla trance intontita di ritmi informali ed esorbitanti (ascoltate “We Are Water”) passando attraverso il martirio di superfici percosse selvaggiamente e melodie frustate e trafitte in un delirio pericolosamente mistico-masochistico. Forse il gruppo tradisce ancora una certa sudditanza concettuale nei confronti dei modelli da cui prende le mosse, eppure l’impressione è che i margini di crescita futura siano potenzialmente ampi. Per ora la nostra massima curiosità si indirizza alle loro prossime apparizioni live (che speriamo imminenti).


(07/10/2009)

  • Tracklist
1. In Heat      
2. Die Slow     
3. Nice Girls     
4. Death+     
5. Before Tiger     
6. Severin     
7. Eat Flesh     
8. We Are Water     
9. In Violet
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