“Checkmate Savage” è l’esordio della Phantom Band, sestetto scozzese già accolto in patria come una delle formazioni da tenere d’occhio nel corso di questo 2009; su di loro la critica ha scomodato riferimenti altisonanti (dai
Super Furry Animals a
Bonnie Prince Billy ai
Neu!).
Come spesso accade, però, siamo davanti al classico specchietto per le allodole: il disco in questione non è che un’insipida minestra riscaldata per chi si è perso due fenomenali formazioni dello scorso decennio: la
Beta Band e gli
Stereolab. “Checkmate Savage” non è che l’applicazione del cangiante
pop psichedelico dei primi con le strutture
kraut e ripetitive dei secondi, in nove lunghi brani
folk-rock dall’andamento ripetitivo e martellante.
L’inizio sembra promettere bene, con “The Howling”, che parte in sordina con un basso sintetizzato, un
pattern di batteria alla
Klaus Dinger e un ritornello potente e incalzante, per poi finire con una coda eterea; peccato però che la formula venga abusata nel resto dell’album fino a diventare nauseante. Già le successive “Buried Sounds” e “Folk Song Oblivion” scadono in un confuso
blues tribale, e in quasi nessuno dei pezzi seguenti emerge un solo spunto melodico degno di nota, solo tante idee confuse a amalgamate alla rinfusa.
Verso la metà, inoltre, il livello precipita, con le interminabili “Islands” (un inascoltabile pasticcio
folk) e “The Whole is on my Side” (del maldestro cantautorato?) a chiudere la scaletta.
Fatta eccezione per un paio di pezzi validi anche se non sconvolgenti, questo disco risulta troppo confuso e pretenzioso, tanto fumo e poco arrosto. Chissà, forse in futuro potrebbero riservarci qualcosa, ma i risultati per ora sono quanto di più acerbo si possa immaginare.