Le forze sono tre (Anna Barie, Pat Noecker, Bill Salas), provengono tutte dal fervido sottobosco noise di Brooklyn, e sono tutte ex “cariche” eccellenti di gruppi altrettanto eccellenti (Liars, Knife Skills, Fxxxing Lion). L’elettrizzante esordio del 2007, "Terrific Seasons”, è amalgama embrionale di un suono denso di ripartizioni voltaiche proprie dell’art-rock più oscuro e ballerino (!) della Grande Mela, figlio sia della corrente alternata in psycho appeal, gettata con disinvoltura nel pianeta dal dado nero, sia del nuovo tribalismo punk in scia sonica proposto da Angus, Aaron e Julian. L’Ep dell’anno successivo, “Taro Tarot”, rafforza le premesse, crea nuovo clamore e sfonda le porte del Vecchio continente, al punto tale che parlare oggi di “ghost punk”, è citare (in)direttamente questi tre schizzati megawatt americani.
“All Aboard Future” è un disco che frulla componenti trapassate. E’ un coagulo di pullulazioni noise, groove, punk-funk dagli occhi neri e cantico deturpato à-la Lydia Lunch. Bene. Cerchiamo di approfondire al meglio qualcosa che ha nell’attitudine art-punk malata, propria dei circoli odierni newyorkesi, la sua netta distinzione sonora dal resto della comune Terra. Perché in queste nove scosse è racchiuso tutto lo spirito post-post-post industriale dell'underground più gasato degli Stati Uniti.
L’impatto è una petulante scarica di magneti impazziti, inchiodati al muro da una Barie metà androgina, metà vamp soul (!). I frastuoni di “Life Of Birds” sono le Erase Errata messe a sedere dietro un banalissimo laptop. “Double Double Yolk” è una catarsi circolare di tastiere maliziose che sfocia in un purissimo e quietissimo no-sense. Mentre il magma percussivo che infiamma i primi tre minuti di “Light After Sound” esplode improvvisamente in una coda acida, cadenzata e ritmata come meglio non si poteva. L’inafferrabile ballad “Sand Tassels” è una preghiera recitata dalla Barie in qualche scantinato dimesso di periferia, tra venti metallurgici e sinapsi elettriche tese a introdurre le lagne radiofoniche e ossessive di “Blue Healer”, prima che un lungo silenzio (due minuti esatti!), spezzato da un dialogo astratto, chiuda definitivamente i battenti.
In questo disco c’è tanto passato recente e poco futuro. Ma c’è anche tanta ipnosi elettrica, del sano groove siderurgico, una verve vocale dannata e quel ph bassissimo che non guasta mai.
Accontentatevi, ma non troppo…