Julian Lynch

Mare

2010 (Olde English Spelling Bee) | ambient-pop

"Puoi ascoltare certa musica di oggi e chiederti: ‘Arriva da una gamelan o da Debussy? Dalla classica Hindu o dai Beatles? Da Michael Jackson o Tollywood? Dai Monsoon o dalla Mahavishnu Orchestra o da Ravi Shankar o da LaMonte Young?' e ancora e ancora, così che un suono o uno strumento risulti così distante, rimosso dal suo contesto originario da provenire da mille fonti diverse allo stesso tempo. Questa è una cosa da cui sono tremendamente affascinato: il risultato di questo costante e reciproco processo di presa in prestito. E' il modo in cui il linguaggio stesso si sviluppa."

                                                                                                                            Julian Lynch



Di fatto aspirante etnomusicologo, Lynch è intento a costruire, insieme alla sua tesi sul nazionalismo Hindu-pakistano, questa sua mitologia da camera di pezzi di fortuna - un melting pot culturale, prima ancora che musicale, che il cantautore di Ridgewood assembla nel suo appartamento di Madison, Wisconsin, rimestando il tutto con ricordi d'infanzia e suggestioni estemporanee.
Il tutto riesce più naturale, va detto, di quanto questa operazione chirurgica possa sembrare; ciò è dovuto probabilmente alla solida esperienza - se non "preparazione" in senso stretto - del Nostro come chitarrista e sassofonista, coltivata in quel di Ridgewood, dove l'educazione musicale è fisiologica, tanto che da un paesello del New Jersey sono già arrivati, oltre a lui, Real Estate e Titus Andronicus.

L'ascendente di "Mare", suo secondo disco, sull'ascoltatore è riassunto in parte dall'atmosfera lo-fi di eremitismo artistico postmoderno, quello che lo spinge a dichiarare: "[...] A dir la verità non sono mai granché soddisfatto dei testi che scrivo. Sento di averne bisogno perché mi piace il suono della voce umana nelle mie registrazioni, ma in genere le mie canzoni possono esistere anche senza le parole, per cui queste ultime sono solitamente nascoste nel sottofondo o indecifrabili". Una espressività fintamente involuta che richiama il primo Daniel Johnston: finta è anche, in fin dei conti, l'aura di esotismo che apparentemente circonda "Mare", costituito da più o meno abbozzati motivi pop e folk spruzzati di punteggiature sintetiche e delle epifanie randagie del sassofono di Julian.

Non è raro, in effetti, riassaporare il respiro di espressioni più classiche, catapultati nel Fahey embrionale di "Still Racing", con cui Lynch tenta un dialogo spiritico di borbottii appena accennati. La convivenza contraddittoria di un mondo vivo e popolato con le solitarie mura domestiche è uno dei leit-motiv del disco, a partire dall'esempio più lampante, rappresentato dalla title track, dove un larvato spunto melodico si espande improvvisamente, regalando un'impressione per una volta nitida di ciò che si nasconde nella trama di un disco indecifrabile e insieme spontaneo. Spontaneità (?) che si ritrova nel pop celebrativo di "Ears", animato da suggestioni latine, propulse da un ipnotico battito sincopato e da un abbandonato assolo elettrico.

Pur distinguendone il fascino, è difficile trarre da "Mare" un'emotività libera sia da una certa affettazione intellettuale che dalla sensazione di un appeal del tutto passeggero. Diversi spunti si confondono, paesaggi urbani e notturni (il sassofono di "Ruth, My Sister", gli svolazzi sintetici di "Stomper"), psichedelia dal sapore esotico, così come negli ultimi 60 ("Travelers", "In New Jersey", "Just Enough"): a poco a poco si scopre che il terreno fertile che ricopre "Mare" non è che uno strato sottile. E il senso di colpa per la paventata "sindrome da impazienza" che parrebbe affliggere gli appassionati di musica di questi anni scompare, diventando in realtà un boomerang per le aspirazioni di Julian Lynch.

(12/07/2010)



  • Tracklist
1. Just Enough
2. Mare
3. A Day At the Racetrack
4. Stomper
5. Interlude
6. Still Racing
7. Ears
8. Ruth, My Sister
9. Travelers
10. In New Jersey
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