Continua imperterrito il cammino di ricerca della vibrazione melodica perfetta da parte dei detroitiani Outrageous Cherry. Sulla scena ormai da più di tre lustri, il manipolo guidato dal visionario Matthew Smith prosegue a inanellare canzonieri vintage di controllato freak-pop psichedelico, sempre all’ombra lunga e imponente dei canoni aurei della canzone anni Sessanta (rispetto alla quale la discografia complessiva dei nostri pare quasi uno sconfinato esercizio di ammirazione).
Similmente a quanto vanno producendo dall’altra parte dell’Atlantico compagini speculari come Bees, Coral, Kula Shaker o Zutons, anche gli Outregeous Cherry si dilettano nell’arte appassionata del modellismo sonoro, limando e pitturando con pennini finissimi e pazienza infinita le divise psichedeliche di piccole canzoni da godere sotto la lente ulcerata del ricordo, come riproduzioni virtuosistiche di Jerry & The Peacemakers, Kinks e Small Faces (ascoltate “My Ghetto” o “I Like It”).
Niente di memorabile o che non sapessimo già sin troppo bene, eppure non si possono negare indubbi piaceri uditivi neanche a questo filologismo manierista che conduce il gruppo a suonare quasi più come il sogno di una cricca di cacciatori compulsivi di vinili in prima tiratura che come una band vera e propria. Rock passivo, verrebbe quasi da dire, se non fosse già un imperdonabile ossimoro.