Zutons

You Can Do Anything

2008 (Deltasonic) | rock, blues

Tra i gruppi più rilevanti della folta e nutrita colonia liverpooliana non si possono non menzionare gli Zutons, già artefici di due album di successo apprezzabile in Inghilterra, omaggiati da una cover fortunata (e riuscitissima) a firma Winehouse/Ronson (la canzone era "Valerie", originariamente apparsa sul secondo Lp dei nostri, "Tired Of Hanging Around", del 2006) e proprio in questi giorni tornati agli onori delle cronache musicali con un lavoro nuovo di zecca, prodotto da un grosso calibro come George Drakulias. Spesso accostati ai vicini di casa Coral, gli Zutons si sono in realtà sempre distinti per una sincera vena revivalista con gli occhi (e le orecchie e il cuore) puntati in maniera convinta e costante verso un'America del grande sogno rock un po' cartolinesca (il che tende a renderli più simili, forse, ai Magic Numbers), attraverso un percorso che, prendendo inizialmente le mosse, per esplicita ammissione, da certi dischi di Frank Zappa e Captain Beefheart, ha poi progressivamente allargato il proprio spettro di riferimento, inglobando al proprio interno elementi e suggestioni sonore di provenienza disparata.

La band in sé ha sempre denotato un talento e una verve compositiva superiore alla media di tanti  altri gruppi coetanei, oltre a un bagaglio di cultura musicale ed eclettismo stilistico decisamente sostanzioso, che si è sempre tradotto in eleganti collezioni di canzoni ineccepibili sotto il profilo della forma, quanto eccessivamente calligrafiche nella riproposizione di modelli sin troppo rispettati nel loro magistero. Il nuovo disco non mette in crisi queste osservazioni preliminari: a tratti sembra di sentire un ibrido spericolato tra Animals, Traffic, Dexys Midnight Runners e Steely Dan, capace di agglutinare e impastare ritmiche classicamente beat con sollecitazioni rhythm'n'blues e felicissime aperture soul (accentuate da un uso in genere efficace dei fiati, ascoltate "Harder And Harder", "Dirty Rat" o "You Could Make..:").
Qua e là affiorano (a testimonianza della genesi "losangelina" del disco) anche numeri di cantautorato quintessenzialmente americano, infarciti di rimandi a Ry Cooder o Tom Petty, come "Little Red Door" o "Don't Get Caught", ma nel complesso la straordinaria duttilità e il vivace plurilinguismo stilistico del gruppo rappresentano sia il maggior pregio sia il limite più evidente della loro musica, ancora troppo restia e sfuggente nell'elaborazione di un codice più personale e di una cifra più innovativa e propensa al rischio avventuroso (come pure, qualcuno ricorderà, il primo album lasciava a tratti intuire). Detto questo, pezzi splendidi come "Bumbag" sono molto più che una magra e semplice consolazione.

Se il "nuovo" non è la categoria fondamentale nella vostra definizione di musica di qualità e se tutto quello che cercate è passione e amore autentico per il rock e per la sua storia meno segreta, fate un giro da queste parti, troverete senz'altro di che compiacervi.

(12/08/2008)

  • Tracklist
  1. Harder And Harder
  2. Dirty Rat
  3. What's Your Problem
  4. You Could Make The Four Walls Cry
  5. Family Of Leeches
  6. Don't Get Caught
  7. Bumbag
  8. Always Right Behind You
  9. Put A Little Aside
  10. Freak
  11. Give Me A Reason
  12. Little Red Door
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