Silje Nes - Opticks

2010 (Fat Cat)
folk-pop, songwriter

Aveva ammaliato pubblico e critica la cantautrice-factotum Silje Nes quando nel 2007 se ne uscì con quel piccolo gioiellino folk-glitch-pop dal titolo "Ames Room", tutto prodotto nella sua casa di Leikanger, nella Norvegia meridionale. Su di lei si erano posati gli occhi della label inglese Fat Cat, che aveva risposto al demo inviatole nel 2006 dall'allora ventiseienne artista, facendole sottoscrivere un bel contratto.
"Ames Room" aveva dato ragione alla scommessa un po' ad occhi chiusi dell'etichetta di Brighton, dando spazio allo splendido talento della polistrumentista norvegese, di formazione classica (suona il pianoforte sin da bambina) come molti dei suoi colleghi nordici, ma che presto ha iniziato a interessarsi alla contaminazione con chitarre, laptop e vari altri gingilli elettronici e non.

Una voce delicata e suadente à la Marissa Nadler, la seduzione per un chitarrismo elettrico soft vicino a quello di Justine Electra, un gusto particolare per le contaminazioni elettroniche e orchestrali e un mood soffuso e cristallino, tipico del Nord Europa, sono le caratteristiche principali di questo nuovo lavoro della Nes, che perde un po' della componente più ruvida e glitch della sua musica, che a tratti in passato poteva avvicinarla a Tujiko Noriko, ma ne guadagna in coesione e raffinatezza, soprattutto grazie ad una produzione stavolta meno lo-fi che in passato.

C'è maggiore ariosità nella Slije Nes del nuovo millennio, lo si sente già nell'iniziale "The Glass Harp". Da un delicato picking chitarra-basso accompagnato dalle onde del mare, si aprono solari orde di archi, distorsioni debordanti e pigolii elettronici. La morbida "Symmetry Of Empty Space" si poggia dolente su una sottile melodia, sospirata e malinconica, prima che con "Rewind" e la sua ritmica seducente si mescolino attitudini glitch-hop e la solita dolenza del folk scandinavo. La nenia ipnotica "Silver>Blue" scivola via con docile leggiadria prima che in "The Card House" echi ambientali e aperture orchestrali ingravidino il dolce tocco sulle corde della chitarra elettrica di Silje. "Levitation" spiazza con la sua bossanova kraftwerkiana che a metà si trasfigura in un dilatato affresco rumoristico-orchestrale. Siamo nella parte più elettronica del disco, come ci annuncia anche "The Shades", nella quale chitarre, trombe e suoni sintetici si mescolano in un unico calderone che è lo stesso dal quale emerge "Crystals", primo singolo e traccia più pop dell'album, molto vicina a qualcosa dei Múm. Il beat ossessivo di "Branches" cova brulicante senza mai esplodere, ma anzi ritraendosi fin quasi sparire nella funerea "Hello Luminance" e nelle sue spettrali apparizioni. Si arriva così alla conclusiva "Ruby Red", marcia opprimente e soporifera che sembra dirci addio per portare con sé la dolce melodia dell'album in un universo lontano.

Questo "Opticks" riprende il discorso intrapreso con "Ames Room" mostrando un'artista che, al secondo album, pare aver già aver raggiunto la piena maturità. Confermarsi dopo un ottimo esordio è roba per talenti cristallini, e Silje Nes lo è senz'altro. Non lontano (200 km) dalla Bergen di Sondre Lerche e dei Kings Of Convenience, un'altra gemma affiora in superficie dai ghiacci del Nord.

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