Kings Of Convenience

Kings Of Convenience

L'antidoto acustico

di Lorenzo Donvito

Con soli 4 dischi in 21 anni, la premiata ditta Øye & Bøe da Bergen, Norvegia, ha coniato una nuova formula pop-folk dagli occhi benevoli. Un'oasi di serenità che rappresenta il loro personale antidoto alla frenesia che ha infettato il mondo. Raccontiamo la storia di questo atipico gruppo e dei progetti solisti dei suoi due componenti

Siamo due musicisti acustici non influenzati dalla musica acustica
(Erlend Øye)

Kings Of Convenience è il duo acustico di Bergen, Norvegia, che dal 2001 sparge lentamente il suo personale antidoto alla frenesia che ha infettato il mondo, ben prima che l’ormai celebre batvirus si affacciasse sulle nostre vite. Erlend Øye ed Eirik Glambek Bøe, classe 1975, hanno all’attivo quattro dischi in 21 anni, più uno di remix, nessuna raccolta o album dal vivo. La loro non è una carriera, ma la storia in musica di un’amicizia iniziata nella Norvegia degli anni 90.

Entrambi approdano alla chitarra a quindici anni, guidati dalle loro passioni: Erlend si era fissato con il gruppo norvegese a-ha, la cui cassetta doveva alternare nel lettore in soggiorno  con quella di Leonard Cohen appartenente alla madre; Eirik invece era concentrato sul disco di bossa nova di Joao Gilberto, Astrud Gilberto e Stan Getz “Live At Carnagie Hall”, che la madre ascoltava spesso e che l'aiutava ad aprire gli occhi sulle necessità musicali indispensabili per creare canzoni e comunicarle a un eventuale pubblico. “Avevamo comprato le chitarre e nessuno dei due sapeva suonarle, la nostra amicizia è cresciuta grazie alla musica - è quanto ricorda Eirik degli albori della sua relazione con Erlend - nei primi anni credo che il soprannome del nostro primo gruppo (Skog) fosse 'la peggior band di Bergen'”.
Un inizio come tanti quindi, nella fredda Norvegia degli anni 90 e senza cadere in facili stereotipi, le reazioni dei suoi abitanti alle loro prime esibizioni non erano meno gelide. Erlend, che ormai vive a Siracusa da svariati anni, ricorda: “Bergen è una città dove quando dopo una esibizione scendi dallo stage, qualcuno ti si potrebbe avvicinare e dire che non hai suonato un granché bene”.

Gli Skog ("foresta" in norvegese, da “A Forest” dei Cure), appunto la peggior banda di Bergen dei ricordi di Eirik, nel 1996 pubblicano l’Ep “Tom Tids Tale”, quattro canzoni più una cover dei Joy Division, “The Eternal”. Il gruppo si scioglie poco dopo e i due abbracciano il progetto di un duo acustico, ma dalle loro parti nessuno pensa che possa funzionare.
Si spingono allora fino a Londra per suonare in qualche festival: è l’estate del 1998, a parte le due chitarre non hanno altro, così arriva il dettaglio del nome: i Re della Convenienza. La label indipendente americana di Athens, Kindercore, si accorge di loro producendo il primo Lp omonimo, solo per il mercato americano e canadese: molte di quelle canzoni confluiranno l’anno dopo nel primo lavoro ufficiale della band, Quiet Is The New Loud (2001), prodotto da Ken Nelson, responsabile dei primi due lavori dei Gomez e dei primi tre dei Coldplay, tanto per citarne alcuni.

Quiet Is The New Loud, la calma è il nuovo rumore, nel 2001, si ritrova nel mezzo del ciclone del new acoustic movement, già avviato da alcuni contemporanei del duo come Belle & Sebastian, Turin Brakes, Travis, I Am a Kloot, Badly Drawn Boy, ma anche Elliott Smith dall’altra parte dell’oceano. L’anno dopo la sua uscita vedranno la luce: “Sea Change” di Beck, “The Creek Drank The Cradle” degli Iron & Wine e “Castaways And Cutouts” dei Decemberists, tutti artisti che in quel periodo issano la bandiera degli strumenti acustici come marchio d’identità.
Il new acoustic movement è l’ennesima etichetta con cui si tenta di incastonare uno dei revival innescati durante gli anni 90: dopo grunge e britpop, si ritorna a imbracciare le chitarre acustiche e ovviamente fioccano i paragoni con il duo più celebre degli anni 60, Simon & Garfunkel. Un paragone scontato, quasi come quello tra gli Oasis e i corrispettivi fratelli maggiori di Liverpool. Peccato che Eirik ammetta di non aver mai ascoltato per intero un disco del celebre duo americano, di considerare Joao Gilberto quasi la sua unica influenza musicale e che le canzoni a cui lavora con Erlend, nella loro forma più pura, “condividono la struttura di un classico tema pop degli anni 90”.
“Quanto manca al ritornello?” “Quanto manca alla strofa?” Queste erano le domande che sorgevano scrivendole... “I Kings Of Convenience sono influenzati dalla musica in loop, dai campionamenti - continua Eirik - le chitarre nelle nostre canzoni sono ripetitive, una band come gli Stereolab, ad esempio, è stata di grande ispirazione per noi”. Erlend, invece, in una delle ultime interviste per promuovere Peace And Love, ricorda che in quel primo periodo personaggi come José González, Badly Drawn Boy, Belle & Sebastian stavano provando cose simili alle loro e che tirare avanti con una band di due chitarre è molto più difficile rispetto a una normale: “Quanti tra tutti i ragazzini che suonano due chitarre nel loro salone di casa arrivano con la stessa formazione sopra un palco? - commenta, e conclude: “Con noi, a quei tempi, c’era un'ondata di gente che non voleva essere rumorosa. Ho visto un sacco di artisti che riuscivano a catturare l’attenzione non suonando forte. Noi siamo stati solo molto fortunati che un'etichetta più grande si sia fidata e ci abbia permesso di continuare a lavorare tranquilli così come eravamo”.
Una band che per Erlend ha avuto una gran importanza (mentre a Eirik non piacevano) sono proprio i Belle & Sebastian. Casualmente li vede per la prima volta nel 1997 a Londra e ne rimane impressionato: “Riuscivano a essere potenti senza suonare forte, era tutto legato al modo in cui facevano musica insieme. In quegli anni mi piacevano gruppi molto più rumorosi, come Ride e My Bloody Valentine, ma in un certo senso i Belle & Sebastian mi hanno curato. Ho capito che la musica può rimanere calma ed essere comunque grande”.

Dalla prima esperienza con gli Skog, i due si portano dietro alcune canzoni, originariamente in norvegese, ma non funzionano al momento di unire le due voci sulle vocali, la differenza nella pronuncia, dovuta ai due loro differenti dialetti, non permetteva di raggiungere la perfetta armonia, almeno non come succedeva in inglese. Probabilmente uno di quei primi pezzi nella loro lingua madre è “Winning A Battle, Losing The War”, l’apertura del loro primo disco. Le due voci cantano armonizzando insieme, lentamente il pezzo cresce raccontando di un amore non condiviso: “Anche se non avrò mai bisogno di lei/ Anche se lei mi dà solo dolore”. Poi entrano la batteria, un arpeggio elettrico e ci ritroviamo già alla seconda canzone, che sembra l’altro lato della medaglia della prima, anche se l’infelice risultato non cambia. La batteria apre dando rapidamente il tempo e un riff acustico introduce “Toxic Girl”, “È intossicata da sé stessa/ Ogni giorno si fa vedere con qualcun altro/ E ogni notte bacia qualche ragazzo nuovo/ Ma mai tu”, canta Eirik, quasi sempre la voce principale di tutte le canzoni. Erlend ricorda che avrebbe voluto essere lui il lead, ma che cantare e suonare allo stesso tempo, per la durata di un intero concerto, era per lui più complicato che per l’amico.
“Singing Softly To Me” si addentra di soppiatto con una tromba a scandirne la melodia e un ritmo avvolgente che arriva dalle corde pizzicate sulla chitarra, come se fosse una bossa blues. Tracce di musica nera appaiono qua e là, sparse tra le canzoni, che vengano dal Brasile della bossa nova o dalla soul music, creano un impasto unico che i due riescono a riprodurre in ognuno dei quattro dischi pubblicati. “I Don't Know What I Can Save You From” è probabilmente il tema più famoso del disco e funzionerebbe in qualsiasi salsa, inizia così: “Mi hai chiamato dopo mezzanotte/ Saranno passati tre anni dall'ultima volta che abbiamo parlato/ Ho cercato lentamente di riportare/ L'immagine del tuo viso dai ricordi così vecchi/ Ho provato così tanto a rintracciarli/ Ma non ho colto la metà di ciò che era andato storto”. Non stupisce, allora, che una delle canzoni preferite di Erlend sia "50 Ways To Leave Your Lover" di Paul Simon. La linea melodica e il semplice riff eseguito sull’accordo di Do sono a presa immediata e degni dell’altro Paul, il sir, come il solo di violoncello che apre il finale, sfociando nel mantra con le parole del titolo ripetute e appoggiate sulle corde di nylon dell’acustica di Eirik.
“Failure” si muove più dalle parti di Elliott Smith, quello di “Either/Or” (1997), e il testo siamo sicuri fosse uno di quelli in norvegese, nato dalle prime sconfitte e delusioni, probabilmente musicali, del duo: “Il fallimento è sempre il modo migliore per imparare/ Ripercorrere i tuoi passi fino a quando sai/ Di non aver paura che le tue ferite guariscano”.
La produzione del disco è più in sintonia con i primi due dischi di Nick Drake, specie “Bryter Layter” (1970), che con quelli di Simon & Garfunkel, con l’uso della batteria spazzolata, suonata principalmente da Erlend, gli archi che mai invadono, ma restano sempre al servizio del cantato, degli arpeggi delle chitarre e soprattutto, dei pezzi, scritti accuratamente ed eseguiti come se i due sedessero rilassati nel salone di casa, senza mai togliere la precisione maniacale delle esecuzioni.
“The Girl From Back Then” inizia appunto con i due che parlottano, poi qualcuno chiede se stiano registrando e la chitarra entra con un ripetitivo giro in cui Eirik intona due volte la stessa strofa, fino ad arrivare allo scioglilingua: “Ora che so che/ Non lo sapevo, non lo sapevo”. Un pianoforte misteriosamente avanza, una nota alla volta, per portarci lontano da quella ragazza/o che tanto ci ha fatto soffrire, il tutto per due minuti e mezzo e non è difficile riassaporare uno di quegli scherzi beatlesiani tipo “Wild Honey Pie” o “Her Majesty”. "Leaning Against The Wall" sa di bossa nova dal primo pizzicato, una chitarra dipinge il riff che interviene tra le due primi breve strofe, poi entra la seconda voce che descrive la persona che il narratore ha davanti, “Incroci le braccia/ E non dici bugie/ Mille pensieri corrono/ Nella mia mente/ Mille parole di cui non ho bisogno/ Non ho mai pensato che tu potessi fare questo” - e chi parla, come dice il titolo, è appoggiato a un muro per non cadere al suolo dal dispiacere. Per alcuni, “The Weight Of My Words” è simile a “Wonderwall” degli Oasis, affinità difficile da verificare, rimane però l’unico pezzo dove l’arrangiamento risulta in leggero sovrappeso rispetto alla struttura della canzone, già di per sé caricata di tristezza dagli accordi in minore.

I testi dei Kings Of Convenience inquadrano dei momenti, ritagliano un breve spazio della quotidianità delle vite degli altri, quando arrivano quegli attimi che mai ti aspetteresti e ogni situazione assume mille significati, ma mai quello che avresti voluto. “E poi inizio ad aspettare i suoi passi/ Che si sentono nelle scale/ Entrare nella stanza e lasciare la sua borsa/ Facendomi tutti i tipi di domande banali/ Fingendo una vita quotidiana che non abbiamo”, la parte centrale di “Little Kids” irrompe tra la prima e l’ultima strofa, in cui il narratore attraversa il parco dove alcuni bambini giocano, la scena è dipinta come un acquarello e il pianoforte sottolinea la monotonia dei movimenti del personaggio. ripetuti nei giorni: non è la sua relazione che lo salverà, perché è priva di amore.
In una delle ultime interviste per il recente Peace And Love (2021), Erlend ricorda che ai tempi del primo disco erano davvero preoccupati di capire cosa significasse essere un “giovane uomo norvegese”. Eirik aveva perduto il padre quando aveva sette anni ed era cresciuto con un patrigno non troppo interessato alla sua adolescenza. Nessuno dei due aveva avuto quindi troppe spiegazioni sui normali dubbi esistenziali che attanagliano i ragazzi della loro età. A ventidue anni si sentivano adulti: “Eravamo molto seri, purtroppo troppo seri, per la giovane età”.
Gli ultimi tre pezzi di Quiet Is The New Loud rallentano il tiro, le parole sono sempre più sussurrate, come se Eirik e Erlend non volessero disturbare più di tanto, anche se ci tengono a concludere il loro primo disco e a farlo nel migliore dei modi. "Summer On The Westhill" è avvolta nella dimensione di un viaggio, “Ora so che c'è un mondo oltre/ Il piccolo posto da cui venivo/ Mi sento a casa qui in mezzo al nulla”, canta Eirik, e la canzone sfuma nelle parole, introdotte da singhiozzati armonici e ripetute: “Per favore nuvola dell'oceano/ Che non ci sia una tempesta sulla traversata sottostante”. Erlend racconta che Eirik scrisse il testo mentre viaggiava in autobus da Glasgow a Newcastle, dopo un concerto: “Stava per prendere il traghetto da Newcastle a Bergen, ci volevano 27 ore e c'erano state un sacco di onde. Così, alla fine della canzone, recita una piccola e tranquilla preghiera di buon viaggio". "The Passenger" è un lento blues notturno suonato in minore e pizzicando in brasiliano solo tre corde, entriamo ancora in un territorio sonoro non identificato: una bossa tinta di nero? Il narratore è spaventato da un visitatore inaspettato e mentre la chitarra tesse ossessivamente il riff, l’ultima criptica strofa continua a girarci in testa, “Se solo tu ed io potessimo fidarci/ L'un l'altro attraverso questo/ Allora insieme potremmo/ Scoprire chi è il nemico”.
La conclusiva "Parallel Lines" si apre con la chitarra classica in minore, che pur mantenendo un'accordatura standard, ci riporta ad alcune soluzioni sonore di “Pink Moon” (1972) di Nick Drake, forse sarà per le note di piano sussurrate o per la voce di Eirik che si arrampica sulla melodia. La seconda chitarra irrompe con un passaggio dettagliatamente eseguito - non c’è niente di improvvisato nella musica dei Kings - e fa da ponte per aprire il finale: “Linee parallele, si muovono così velocemente/ Verso lo stesso punto/ L'infinito è tanto vicino quanto lontano”. Quindi, dal pianoforte spunta una coppia di note ripetuta, mentre una sottile melodia misteriosamente disegna un punto sull’orizzonte.
Esiste un singolo di “Winning A Battle, Losing The War” con un inedito, “Envoy”, al pianoforte e su onde ancora più rarefatte rispetto agli altri pezzi pubblicati sul disco. Segue "Manhattan Skyline" degli a-ha che butta via l'epica synth-rock dell'originale in favore di una velata saudade, un rimpianto per un posto che si desidera visitare o rivisitare. Nel singolo di “Failure” appaiono invece due cover: “The Eternal" dei Joy Division, già inserita nell’unico Ep degli Skog, trasformata in un indie rock lo-fi, tra chitarre, voci piene di tristezza e solo un ruggito elettrico occasionale, e “Free Fallin’” di Tom Petty, eseguita dal vivo, come spesso succede alla fine dei loro show, quando tutti hanno voglia di cantare.

Pochi mesi dopo il successo del primo disco, esce Versus, una serie di remix delle canzoni del debutto, curata da Erlend e con i contributi di gruppi e dj: piacevole e intensa, come il suo fratello maggiore. Riviste come Pitchfork e Nme, invece, lo stroncano. Già in precedenza, in realtà, al duo norvegese non erano state risparmiate critiche di banalità, ripetitività musicale e di una eccessiva seriosità nelle liriche. Come sempre, la questione è da che lato osservare la medaglia e capire a grandi linee il progetto offerto. A venti anni da quelle brutte rassegne, una cosa è certa: le canzoni hanno retto il tempo, i concerti sono sempre pieni e accusare i due di essere commerciali o furbetti suona un po' farsesco, visto che questi due signori di 46 anni hanno alle spalle solo 4 dischi, più questo di remix.
La "I Don't Know What I Can Save You From" di Versus è ripassata da un altro gruppo norvegese in voga in quel periodo, i Röyksopp, e inizia scoppiettando, come se si fosse dato il giro a un’elica di qualche videogame dell’antichità: sono i suoni di vent’anni fa. I Röyksopp sono usciti con il primo disco, “Melody A.M.” nel 2001 (Erlend presta la voce in “Poor Leno” e “Remind Me”) e in Inghilterra, visto il buon successo, qualcuno ha parlato anche di Bergen Wave, l’onda di Bergen. “Un’etichetta ridicola” ,a detta dell’allora ventisettenne Wave Mikal Telle, il deus ex machina del risorgimento musicale norvegese, fondatore dell’etichetta Tellé Records che già aveva dato spazio sia ai Kings che ai Röyksopp, ritrovandoseli poi come superstar in tutto il mondo. I denominatori comuni dei gruppi della label erano l'approccio indipendente, una maggiore attenzione al networking, alla reputazione del passaparola, che all'aiuto delle grandi etichette musicali e un tono malinconico di basso profilo, sia che si trattasse di musica dance elettronica che di pop convenzionale basato sulla chitarra.
Il successo internazionale dei Kings e dei Röyksopp regalerà a quella intera scena un'enorme spinta di fiducia e aiutò una nuova ondata di artisti ed etichette (chi si ricorda di Sondre Lerche?). Non solo in Norvegia ma in tutta la Scandinavia, come nella vicina Svezia, dove emergeranno artisti come José González, Tallest Man On Earth e Jens Lekman.
“The Weight Of My Words” è stravolta due volte, una versione strumentale è alla fine del disco, da Four Tet (anche produttore di tutto il disco), il padre della folktronica, la mistura di folk e musica elettronica che prende piede al principio degli anni Zero (chiamata anche laptop folk). La canzone viene smembrata e ricostruita come fosse un’opera cubista e la preferiamo quasi così, che sommersa dagli archi della versione originale. "The Girl From Back Then” viaggia sul remix di Riton, dj e produttore inglese esordiente proprio in quell’anno (e qualcuno dopo farà i grandi numeri tra house e kraut-rock), che la riveste di un’atmosfera onirica, come un po' si merita, visti il testo perso in aria e lo scioglilingua che entra nel ritornello. "Gold For The Price Of Silver" (in collaborazione con Erot) suona funky come i Groove Armada in una serata di fine estate: la canzone è inedita ed è l’unica non contenuta nel primo disco. Nel remix di "Little Kids", Daniel Hunt, leader dei Ladytron, elabora l’inquietudine che nell’originale scaturisce dal contrasto tra l’apparente pace infantile della musica e la crudezza del testo, con un organo asfissiante, trasformandola in un incubo alla Dario Argento.
"Leaning Against The Wall" rivista da Evil Tordivel si muove tra una fanfara pop e una soul band che non avrebbe sfigurato in uno dei quei ristoranti al confine dell’universo di Douglas Adams. Chi è Evil Tordivel? Uno degli artisti di punta della label norvegese Ellet Records (derivante sempre dalla già citata Tellé Records) di inizio millennio, ascoltare “A Fine Young Man” del 2004 per scoprire quello che si poteva registrare in una stanza da letto una ventina quasi di anni fa. Di “Failure” se ne occupano gli Alfie, band di Manchester con i primi dischi prodotti dalla Twisted Nerve Records, etcihetta che Badly Drawn Boy aveva fondato insieme a Andy Votel nel 1997. Un altro personaggio (provate il disco “All Ten Fingers”, 2002) che in Versus decora “Winning A Battle, Losing The War” di suoni tra John Cage e Brian Eno, sfilacciandola sul finale con un improbabile, ma centrato swing pianistico.

La storia potrebbe essere quella di migliaia di gruppi in tutto il mondo: due ragazzi amici si mettono a suonare insieme, formano una band, scrivono le loro canzoni e diventano famosi, nel più breve tempo possibile si ricoprono con tutti gli stereotipi possibili di sesso, droga e rock’n’roll, gli ego prendono il sopravvento e alla fine non sono più tanto vicini come all’inizio. Erlend e Eirik hanno lasciato da parte la maggior parte di questi modelli, instaurando una relazione appoggiata sulle loro esigenze e non sull’idea di fama e soldi. Sostanzialmente decidono di fare dischi solo quando a loro va, prendendosi il tempo necessario e aspettandosi l’uno con l’altro.
Quiet Is The New Loud vende 200mila copie in tutto il mondo e i ragazzi suonano in giro in formato di duo acustico per mezza Europa. Ci sarebbe da aspettarsi velocemente il secondo disco, ma la nuova uscita arriva tre anni dopo. Erlend nel frattempo è immerso nel suo primo progetto solista Unrest (2003) e gira la scena dei club europei come dj, mentre Eirik è concentrato a studiare per terminare la laurea in Psicologia. I due quindi non sono esattamente stressati dalle classifiche, ma con il secondo disco riescono a rafforzare ugualmente il loro successo, aprendosi a una fetta di pubblico molto più ampia.

Riot On An Empty Street (2004), una rivolta nel mezzo della strada vuota, si dirige verso orizzonti più pop, nell’uso più nobile della parola. Lo stesso Erlend confessa che il disco è stato spinto molto nell'ultima fase di masterizzazione. “È un lavoro molto più morbido, più commerciale. Salta di più fuori dalle casse”, ricorda. Nel video di "I'd Rather Dance With You" è proprio Erlend a interpretare un nerd occhialuto che insegna il suo personale swing a una classe di ballerine classiche, ed è subito una delle canzoni dell’estate, in cima alla lista europea di Mtv come miglior video musicale del 2004, insieme all’altro singolo “Misread”. Sarà la canzone che rimarrà per molti legata al duo norvegese, una combinazione di swing e bossa nova, con un irresistibile riff al pianoforte, che entrerà negli speaker di caffetterie e librerie di mezzo mondo.
In entrambe le canzoni si percepisce una produzione più accurata: nella squadra, insieme al duo, entra Davide Bertolini, che diverrà il terzo Kings a tutti gli effetti. Emiliano, prima oboista, poi tecnico del suono e produttore, sbarca a Bergen per lavorare su un disco di trip-hop nel 1999 e ci rimane a vivere. Casualmente, una sera conosce Eirik suonando il contrabbasso elettrico nel duo vocale di musica elettronica in cui militava. Si perdono di vista e si rivedono qualche tempo dopo, quando con Erlend si recano nel suo studio per provare “Misread”. “Hanno preso due microfoni, le chitarre e io nell’angolo col contrabbasso”, racconta Bertolini, “ho registrato tutto sul computer. Il successo più grande di quell’album è venuto così, al primo colpo”. E che colpo, il disco venderà 400 mila copie, il doppio del predecessore; in Italia arriverà al terzo posto e resterà in classifica per 9 mesi.
Bartolini li accompagna al basso e al contrabbasso per buona metà del disco, Erlend ed Eirik si occupano di chitarre, piano, batteria, banjo e anche tromba: gli strumenti utilizzati aumentano accanto agli archi, sempre presenti, ma senza mai prendere il sopravvento. Ogni suono è attentamente calibrato, come le parole delle liriche e gli arrangiamenti, più completi ed elaborati, anche se, certo, erano più coraggiosi gli scarni duetti chitarristici del primo disco. Molti in tutto ciò vedranno una crescita; altri una semplice paraculata per arrivare a più persone - ma sempre comunque con delle ottime canzoni, aggiungeremmo noi.
Il terzo singolo estratto è "Know-How", inizia misteriosa su un giro di chitarra percosso alla Neil Young, Eirik ci informa di stare “cavalcando questo know-how/ Mai stato qui prima d'ora”, riferendosi al suo stato d’animo, come se fosse un passeggero nel suo stesso corpo. Leslie Feist (già con i Broken Social Scene) interviene nel finale rivelatore: “Cosa c'è da sapere?/ Tutto questo è quello che è/ Tu ed io da soli/ Pura semplicità”, ripete, sostenuta dagli scarni accordi di un pianoforte che si trasformano in una ragnatela sonora, come spesso succederà in altri pezzi dell’album; in “Sorry Or Please”, per esempio, dove un piano apre e se entrasse la voce sottile di Elliott Smith, non ce ne meraviglieremmo.
Feist ritorna in “The Build Up”, questa volta duettando con Erlend: un’atmosfera rarefatta incornicia l’ermetico testo in cui la sua voce accelera, seguita da un’improvvisa batteria: “La trottola fece un suono/ Come un treno attraverso la valle/ Evanescente, oh così silenzioso/ Ma costante finché non passò”. "È stata una nostra fan per diversi anni, e ci ha scritto delle lettere,” ricorda Erlend a proposito di Feist, “nella terza ha incluso un demo e abbiamo pensato: 'Wow, questo è incredibilmente buono'. Così l'abbiamo invitata a Bergen per registrare. Lei era piuttosto felice di farlo, ma credo che noi lo fossimo ancora più", ammette.
La numero uno della tracklist è “Homesick”: sembra che aprire ogni nuovo disco con un pezzo cantato dall’inizio alla fine insieme sia diventato una specie di gioco (era già stato così con “Winning A Battle, Losing The War” in Quiet Is The New Loud e l'esperimento si ripeterà anche in Declaration Of Dependence (2009) con “24-25” e in Peace Or Love (2021) con “Rumours”.
Lo interpretiamo come un saluto dei due a coloro che iniziano il viaggio nel loro mondo musicale e qua si potrebbe aprire un dibattito su quanti ancora ascoltino un disco ordinatamente dall’inizio alla fine, magari spulciando nei testi o nei credits. I Kings conoscono il loro pubblico o vanno alla cieca, seguendo solo il loro istinto… Altra cosa è sospettare quanto ci sia di calcolato nell’aprire il secondo disco con un pezzo totalmente in stile Simon & Garfunkel, quando nel primo i riferimenti al duo americano erano scarsi e montati come la panna dalla stampa, se poi ci aggiungete le frasi che risuonano qua e là richiamando le liriche di Paul Simon (searching boxes underneath the counter), l’operazione sembra studiata al tavolino.
“Surprised Ice” arriva dal primo disco e non intuiamo il motivo di quell’esclusione, ma va bene così perché 45/50 minuti è un tempo onesto da rubare per ascoltarne uno, di più sarebbe invadente. “Cayman Island” è invece la sorella di "Summer On The Westhill": torna la dimensione del viaggio, questa volta con la persona amata in un’isola tropicale, e ci immaginiamo Eirik cantandola con un sorrisino, quello di chi sapeva che sarebbe stata un’esperienza stupenda: “Se solo potessero vedere/ Se solo fossero stati qui/ Capirebbero”. "Love Is No Big Truth" va dalle parti del soul anche se più bianco che nero, in certi momenti sembra che si affaccino nel mezzo della sala di registrazione gli Whitest Boy Alive, gruppo parallelo di Erlend, ma non c’è niente di elettronico, solo una cassa insistente, piccole figure di chitarra elettrica e un banjo servono a ricostruire una techno song di stampo folk.
"Live Long" è un'allegoria sul vivere intensamente, con una tromba ad accompagnare e un ritmo di nuovo più vicino alla musica nera. "Stay Out Of Trouble" è una folk song cadenzata come un valzer e sorretta da un riff al violoncello e viola che non sarebbe dispiaciuto a Crosby, Stills, Nash & Young: ancora una volta, è la fine di una relazione che si delinea tra le frasi cantate ironicamente da Eirik “Resta fuori dai guai/ Resta in contatto/ Cerca di non pensare troppo a me”, conclude nella canzone.
I testi sono generalmente più elaborati che nel primo disco, “Misread” ne è l’esempio più chiaro, con quella sua ambiguità portata fino alla fine. Sono amici? Lo saranno o no i due (o le due) che si affacciano nella canzone? E dentro appare una di quelle frasi che difficilmente si possono dimenticare: "Come mai nessuno me l'ha detto fino ad ora/ Le persone più sole/ Sono quelle che hanno sempre detto la verità/ Quelle che hanno fatto la differenza/ Sopportando l'indifferenza”.

A proposito della fase di stesura delle liriche, Erlend ammette che in quel periodo gli tornava sempre in mente “69 Love Songs” dei Magnetic Fields: “È un disco impressionante, ma poi quello successivo intitolato ‘I’ non l’ho digerito. Stavo cercando in quello stesso momento di smettere con tutte queste canzoni che iniziano con io. È un classico problema da songwriting, ci sono troppe canzoni che iniziano con io e il punto di vista è sempre lo stesso. Devi pensare a come usare le parole, come posso descrivere qualcosa in un modo diverso dal dire: ‘ti ho guardato?’. Amo il songwriting diretto di '69 Love Songs', sono un grande fan di questo modo di scrivere, mentre Eirik è molto più metaforico”.

Ci vuole molto tempo per scrivere le canzoni e lasciare le cattive idee all'inizio del processo. Quando decidiamo che una è finita, è destinata alla pubblicazione
(Eirik Glambek Bøe)

Il duo si esibisce sporadicamente dal 2005 al 2007 in Europa, Nord e Sud America, mettendo lentamente insieme nuove canzoni durante i soundcheck. "Boat Behind", per esempio, è stata concepita in un locale di Bari, normalmente utilizzato come ring per incontri di boxe e sarà uno dei due singoli del nuovo lavoro Declaration Of Dependence (2009), insieme alla bossa nova “Mrs Cold”, in cui qualcuno ritrova l’eco di Jack Johnson. Le bizzarre location in cui affrontano i concerti in giro per il mondo ispirano una raffica di nuovo materiale, tanto che, in occasione di un concerto in Messico nel marzo 2007, annunciano di averne abbastanza per un terzo disco e iniziano a registrarlo, proprio tra Messico, Bergen e l’Esagono Studio di Rubiera, in provincia di Reggio Emilia, città del loro produttore artistico Davide Bertolini.

Cinque anni dopo Riot On Empty Street, nel settembre 2009, esce Declaration Of Dependence. A proposito del titolo, Eirik sottolinea che la dipendenza è principalmente quella emotiva da Erlend e che il loro rapporto è cresciuto, mantenendo da un lato una grande indipendenza a livello personale e dall’altro portando avanti quella strana connessione che rende la somma delle loro abilità essenziale per formare la band. È difficile per Eirik trovare un equilibrio, perché Erlend riserva molte canzoni per i suoi progetti paralleli: “È come se fossi il marito di una moglie infedele, lei ha una relazione fuori casa e questo causa una battaglia senza fine nel nostro matrimonio. Dal 2004 il mio compito principale è stato quello di lavorare a questo album, a differenza di Erlend. Mi sono sentito come la moglie che rimane a casa”.
Erlend, già dopo il primo episodio dei Kings, ha aperto una carriera solistica con il molto elettronico Unrest (2003) e contemporaneamente, abbandonando gli strumenti acustici, ha portato avanti il progetto dei Whitest Boy Alive, una band nata tra Germania e Norvegia nel 2001, che arriverà al debutto con “Dream” nel 2006, per replicare nel 2009 con Rules. A proposito della scarsa prolificità del duo, ammette: "Scrivi musica sulle cose della tua vita, come conoscere persone e costruire relazioni, se la tua vita è solo stare in studio di registrazione, ovviamente non sarà molto eccitante, no?”. Un altro buon motivo è la severità del metodo che adottano l’un l’altro tutte le volte che si ritrovano insieme con del nuovo materiale: normalmente si presentano a vicenda i bozzetti e scelgono insieme quelli da portare avanti, anche se per Declaration Of Dependence è stato diverso, ricorda Eirik, ammettendo che “ci siamo aiutati a vicenda a finire le idee o le frasi”.

Declaration Of Dependence non segue il solco pop tracciato dal precedente album e cancella ogni tipo di percussione: ritornano a duettare voci, chitarre e poco altro: “Il disco pop più ritmico di tutti i tempi che se la cava senza percussioni o batteria", lo definisce Erlend, che precisa: “Il nostro obiettivo finale è quello di ottenere il maggior numero di texture e musica con due sole chitarre e due voci. L'idea è di fare il massimo con mezzi molto limitati”.
I testi spingono in avanti il lirismo, affrontando anche alcuni temi “politici”. “Questa volta non sono solo le storie di un ragazzo e del suo povero cuore, ci sono sicuramente alcune canzoni che sono più attuali”, spiega ancora Erlend. L’orecchiabile "Rule My World" potrebbe essere cantata da She & Him e parlare di amore, invece le parole chiedono spiegazioni sul fanatismo religioso: “Io parlo prima di pensare/ Tu spari prima di sapere/ Chi è nella tua linea di fuoco/ Quindi in qualche modo siamo uguali/ Stiamo causando dolore alla gente/ Ma io mi alzo e mi prendo la colpa/ Tu ti affanni a negare”. E la conclusione è amara: "Come mai quando uccidono è un crimine, [e] quando si uccide è giustizia?".
La stessa soluzione ritmica è presente in "Peacetime Resistance", una delle tre tracce (insieme ai due singoli già accennati sopra) nelle quali entra il basso, suonato dal produttore Davide Bertolini, oltre a una viola, che principalmente si occupa del riff, simile a quello di “Boat Behind”. Con "My Ship Isn't Pretty" ritorniamo per un momento al rarefatto Elliott Smith di “2:45 am”, la canzone si muove come se qualcuno ci parlasse raccontando - “I ragazzi oggi graffitano sui muri/ Nelle strade di notte/ Nei sobborghi di città senza nome/ È distruzione o solo una protesta silenziosa/ Contro la solitudine?”.
"Freedom And Its Owner" paga nuovamente tributo alla passione di Eirik per la bossa nova e nel testo cita il mito della caverna di Platone: “Mostra qualcosa a qualcuno/ Che ha scelto di vivere tutta la sua vita in una caverna/ Alzerà le braccia per proteggere i suoi occhi dall'apprendimento/ E dalla cecità a cui appartiene”. In sintesi: diventiamo schiavi di ciò che non conosciamo a fondo, e può succedere anche con le nostre finanze o il nostro lavoro; così solo quando saremo in grado di gestire i vari aspetti della vita che affrontiamo regolarmente, allora potremo diventare liberi. Da qui il titolo: "La libertà e il suo proprietario", un paradosso: la libertà ha un "proprietario" e cioè chi può possedere (e padroneggiare) qualsiasi cosa stia facendo.
“Me And You” entra con alcune note di piano, il ritmo è incalzato dalle palme sulla chitarra e sarà quel crossroads al finale della prima frase o il ritornello ma la sensazione è di ritrovarsi dalle parti di Tracy Chapman. "Power Of Not Knowing" riecheggia ordinatamente Crosby Stills & Nash, mentre “Riot In An Empty Street” (uguale al titolo del precedente disco) con lo scarno riff inziale, fa un po' il verso a Neil Young. Come “Renegade”, "Second To Numb" è costruita su liriche intimiste che illustrano stati d’animo, passaggi mentali nei movimenti quotidiani che ci rimandano al passato, con i personaggi delle storie dei precedenti dischi che ritornano. Erlend osserva: “Penso che le canzoni dei precedenti due dischi fossero meno autobiografiche delle nuove. Su questo disco lo sono di più anche perché abbozzate quasi tutte in privato, non insieme”.
“Scars On Land”, ripetitiva e ipnotica come un loop di musica elettronica, chiude l’album con una chitarra a scandirne il tempo: "Nessuna catena rimane intatta, tutti gli obiettivi vengono dimenticati".

Declaration Of Dependence ottiene buone critiche, migliori di quelle ricevute dal precedente disco, anche se non ne bisserà le copie vendute e la popolarità arrivata dai singoli (dovuta in parte all’utilizzo dei videoclip, nel 2004 ancora nel ciclone mediatico di Mtv, nel 2009 già offuscati dalle mille possibilità della Rete). Come suggerisce Erlend, hanno avuto fortuna dall'inizio perché l’idea di portare avanti una band con due chitarre e praticamente solo le parti cantate non è passata di moda. Se il loro sound fosse stato pieno di riferimenti ai tempi che stavamo vivendo, sarebbe potuto diventare datato. “È così facile parlare della produzione, decidere se ci saranno suoni elettronici o acustici, per me è solo una scelta arbitraria, entri in uno studio e ‘oh! c'è un sintetizzatore, quindi lo usiamo!’ Non c'è nient’altro dietro e, naturalmente, ogni gruppo rock dopo due dischi inizia a usare i sintetizzatori. Non è così interessante parlarne”, spiega Erlend. “Ad esempio, Jens Lekman... Quando ho sentito la sua musica nel 2004 (“When I Said I Want To Be Your Dog”, ndr) ho riconosciuto immediatamente che questo ragazzo aveva scritto canzoni mentre tornava a casa a piedi dopo essere uscito il sabato sera. Doveva essere almeno un'ora di cammino e lui cantava da solo, poi quando arrivava le registrava. È così che nascono e quindi non importa se suonano soul, reggae, pop o altro…”.

Serviranno ben 12 anni per arrivare a un nuovo capitolo dei Kings Of Convenience. Durante gli anni 10 del XXI secolo, i due appariranno insieme solo sporadicamente. I concerti per il tour di Declaration Of Dependence andranno avanti fino al 2010, dopodiché tra i due Erlend sarà quello più attivo, con innumerevoli progetti, elaborati in gran parte a Siracusa, in Sicilia, dove vive stabilmente dal 2012. Grazie alla sua carriera solista e alle collaborazioni con i musicisti locali del gruppo La Comitiva, scoprirà anche i tesori della musica italiana del passato. Nel 2013 nella piazza del Duomo di Siracusa registrerà con l’amico Eirik il video di “Una ragazza in due", brano dei Giganti del 1965. Il duo poi, si imbarcherà in alcune date di un tour senza presentare materiale nuovo, dividendo i concerti in una prima parte da soli con le chitarre e in una seconda, insieme a Davide Bartolini al basso, Craig Farr alla batteria e Ugo Santangelo alla chitarra, un gruppo attento a non alterare la quiete imposta, ma in grado di movimentare i loro concerti come non era mai successo.

Sempre nel 2013 Erlend uscirà con "La prima estate”, singolo in italiano dall’aria vintage, più dalle parti dei Whitest Boy Alive che dei Kings, che scorre tra bizzarre trovate in stile soul music 70 e citazioni della tradizione musicale nostrana anni 60. Ritornerà nella sua città natale dove produrrà i dischi “Hest” (2011) e “Six Months Is A Long Time” (2013) della band di Bergen Kakkmaddafakka, una energica formazione indie-rock spuntata fuori dalla "New Bergen Wave", chiamata così dalla stampa norvegese per rinnovare l’etichetta già usata durante la fine degli anni 90 e nei primi anni 00, proprio per identificare quei gruppi di successo, come i Kings Of Convenience.

Nel 2014, Erlend pubblica il suo secondo album solista "Legao", registrato a Reykjavík con gli Hjálmar (un gruppo reggae islandese), anticipato dal singolo “Garota”, con un videoclip girato a Seul. Un anno dopo incide una cover di “Estate” di Bruno Martino per il documentario “Peninsula”, un viaggio di esplorazione da Nord a Sud, lungo le coste della penisola, in compagnia di alcuni tra i migliori surfisti italiani.
I suoi vagabondaggi musicali lo portano più volte in Cile dove collabora con importanti musicisti nazionali come Niña Tormenta e Diego Lorenzini, nel 2019 con la canzone “Me Voy a Valparaíso”. Sempre nello stesso anno escono alcuni pezzi con il gruppo italiano La Comitiva, in "For The Time Being", i soli strumenti acustici senza alcun tipo di percussione a sostenerne la tensione producono l’effetto di una cavalcata tra rumba e musica elettronica... ritorna il passato dei Whitest Boy Alive, mentre quello dei Kings Of Convenience è veramente difficile da rintracciare. “Valdivia” è un Ep del 2020 con un altro pezzo soltanto, “Altiplano”, due strumentali bucolici e piacevoli che non si capisce bene quale obiettivo centrino esattamente. Meglio allora la ultimissima prova del ’21 “Lockdown Blues”.
L’ultimo episodio dei Whitest Boy Alive, il singolo "Serious”, viene pubblicato nel 2020: è la loro prima nuova canzone in oltre un decennio, dopo la quale saranno ingaggiati per suonare in un festival in Messico, ma a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia, non se ne farà nulla.

Erlend e Sebastian Maschat, batterista dei "Whitest Boy Alive", ritrovandosi allora senza possibilità di scelta a trascorrere un periodo nell'hotel El Ganzo a San José del Cabo in Messico, decidono di arruolare altri musicisti per registrare materiale solista di entrambi. Emergono così alcune tracce nuove e altre rielaborate da idee precedentemente accantonate, risalenti a venti anni prima. Erlend, per esempio, aveva tentato di registrare "Price" con Eirik per i Kings Of Convenience e, successivamente con il trio siciliano La Comitiva, senza incontrare risultati soddisfacenti.
“Quarantine A El Ganzo” (2020) è il risultato di quelle settimane in Messico: un disco divertente e sbilenco, con canzoni che sembrano demo tra Belle & Sebastian (“Wedding Song”, “Bad Influences”), bossa nova (“Butterflies”) e soluzioni più vicine al jazz, come “Within A Dream”. “Keycard”, poi, sarebbe perfetta per She & Him, e “Quarantime”... sì, alla fine almeno con una canzone Erlend ce lo ricorda, di essere la metà dei Kings.

Al contrario di Erlend, Eirik non si muoverà mai da Bergen, se non per i concerti dei Kings, quelli del 2013 e quelli del 2015, quando si imbarcheranno in un tour per risuonare per intero Quiet Is The New Loud, con un set caratterizzato da due interruzioni di 15 minuti ciascuna, durante le quali il duo norvegese sarà impegnato in brevi interviste in inglese.
A Bergen, Eirik continua la sua vita con i suoi tre figli e la moglie, insegnando psicologia e dedicandosi a un solo progetto musicale collaterale, a differenza del suo collega, immerso sempre in mille collaborazioni. Eirik si ritrova con alcuni degli stessi membri degli Skog, la peggiore band di Bergen con cui aveva lanciato i suoi primi vagiti musicali, per incidere un disco. I Kommode esordiscono con Analog Dance Music nel 2017, un album electro pop, in cui non è difficile rintracciare sotto i raffinati arrangiamenti una delle due anime pulsanti dei Kings Of Convenience.

L'ultima opera dei Kings Of Convenience, Peace Or Love, esce nel giugno del 2021 accompagnata da un tour che li riporta in territori conosciuti per salutare fan e amici. Sono passati 20 anni da Quiet Is The New Loud e l’attitudine del duo non è cambiata molto. “Negli ultimi 24 anni, abbiamo suonato come Kings Of Convenience tre mesi all'anno e siamo ancora in giro. Prendi una band come The Smiths. È un peccato che io non possa andare a vederli, ma hanno fatto un sacco di musica in un periodo di tempo molto breve e un sacco di tour, probabilmente sono finiti a odiarsi perché stavano insieme 10 mesi all'anno. Per i fan della musica, è più bello sapere che la tua band si diverte”, dice Erlend. Ed Eirik continua: “Penso che questa sia una delle ragioni per cui, dal 2004, non abbiamo più avuto un manager. Era abbastanza chiaro che le sue intenzioni o ambizioni erano totalmente diverse dalle nostre. Voleva che avessimo successo e che facessimo soldi entro 12 mesi, io invece volevo che fosse piacevole e sano per tutto il tempo in cui potevo godermela. Penso che qualsiasi manager odierebbe lavorare per noi, perché diremmo di no all'80% delle richieste che arrivano e saremmo molto lenti nel rispondere a qualsiasi e-mail. Ma per me è un fattore importante mantenere la gioia e l’amore per quello che faccio”.
Il disco si trascina dal 2016 fino ad oggi, Erlend e Eirik registrano le canzoni in luoghi diversi e quasi sempre il risultato non li convince, fino a quando, come racconta Erlend, “ero stanco di non esserne convinto, così ho dovuto prendermi una pausa più lunga”: non si incontrerà più con l’amico per un anno. Davide Bertolini, il loro produttore, dopo aver ascoltato il materiale registrato, consiglia di selezionare accuratamente i momenti magici delle loro registrazioni: “Non sento le cose speciali, caotiche, interessanti, strane, che mi incuriosiscono”. I due si reimmergono quindi nella ricerca di quei momenti, dimenticandosi delle esecuzioni perfette e ritornano alle prime versioni dei pezzi, caratterizzate dal giusto equilibrio di passione e tecnica.
Con la cantante canadese Leslie Feist, con cui già avevano collaborato in Riot On A Empty Street, organizzano una session a casa di Erlend a Bergen, cercando di registrare qualcosa, e nonostante tutto sia molto improvvisato, l’impresa riesce, “Quando siamo con lei, entrambi vogliamo fare del nostro meglio, perché apprezziamo molto lavorare insieme”, rivela Erlend. La rarefatta "Love Is A Lonely Thing" arriva da quella session: Erlend l’aveva provata con il suo gruppo italiano, La Comitiva, senza esserne convinto. "Catholic Country" è sempre con Feist, la melodia e l'arrangiamento erano nate però qualche anno prima in una jam con The Staves (tre sorelle inglesi dai risvolti country) al People Festival a Berlino. Il duo, spinto dalla buona riuscita di queste incisioni, decide quindi di continuare con alcuni pezzi di cui non era convinto e, proprio poco prima dell'inizio della pandemia, si ritrova in mano finalmente qualcosa di buono da proporre per un nuovo lavoro.
Gli undici pezzi sono nel perfetto stile a cui i due ci hanno abituato. Se avessero fatto un disco all’anno, live e raccolte, durante gli ultimi 21 anni, sicuramente non ne potremmo più, invece è curioso ascoltare questa quarta e nuova porzione di canzoni, spoglie e essenziali, proprio dopo la tempesta virologica di questi anni 20 che ha fatto ripianificare le vite a milioni di individui. Loro due lo dicevano dall’inizio della carriera che stando calmi avremmo potuto fare ugualmente un gran casino. Dentro Peace And Love, in meno di 45 minuti, ascoltiamo “Rocky Trail”, il singolo dal riff di viola con le mani che percuotono il ritmo sugli accordi, la bossa nova “Angel”, registrata originariamente in Cile nel 2016, “Catholic Country” con la batteria suonata da Erlend e “Fever", addirittura con una drum machine. Entrambi ammettono di essersi preoccupati per questa scelta: “La gente ci ucciderà? Smetteremo di piacergli?” si chiede Erlend, anche se il vero problema è nel verso: "Guidando in giro sul tuo scooter nel periodo natalizio in abiti funky"... non è sicuro che quelle parole appartengano al canone poetico su cui modellano le liriche i Kings: “È molto più prosaico, è un tipo di pensiero molto più quotidiano”, ammettono.

“È vero, sono più saggio ora di quando avevo ventun anni/ è vero, ho meno tempo ora di quando avevo ventuno anni”, cantano i due nella traccia finale, “Washing Machine”. Non resta che augurare loro di continuare a centellinare le loro canzoni, scandendo il tempo come meglio credono. “Rispetto a quando avevamo 22 anni, ora siamo persone che hanno avuto molte esperienze e ne hanno passate tante - spiega Erlend - nel bene e nel male abbiamo molto da dire. C'è più da cantare quando si invecchia perché tutte le amicizie diventano più profonde e le cose che accadono chiedono di diventare poesia”.

Kings Of Convenience

L'antidoto acustico

di Lorenzo Donvito

Con soli 4 dischi in 21 anni, la premiata ditta Øye & Bøe da Bergen, Norvegia, ha coniato una nuova formula pop-folk dagli occhi benevoli. Un'oasi di serenità che rappresenta il loro personale antidoto alla frenesia che ha infettato il mondo. Raccontiamo la storia di questo atipico gruppo e dei progetti solisti dei suoi due componenti
Kings Of Convenience
Discografia
 SKOG 
   
 Tom Tids Tale (Ep, 1996) 
   
 KINGS OF CONVENIENCE
 
   
 Kings Of Convenience (solo Usa e Canada, Kindercore, 2000)7
Quiet Is The New Loud (Astralwerks, 2001)

8

 
Versus (Astralwerks, 2001)

7

 
Riot On An Empty Street (Astralwerks, 2004)

7

Declaration Of Dependence (Virgin, Emi, 2009)

7,5

 
Peace Or Love (Emi, 2021)

7

 
 
 
 ERLEND ØYE 
 
   
 
Unrest (Astralwerks, 2003)  
 6,5
Dj-Kicks (Studio !K7, 2004)

7

 
Legao (Bubbles, 2014)
 
 
 
 
 SEBASTIAN MASCHAT & ERLEND ØYE 
   
 
Quarantine At El Ganzo (Bubbles, 2020)
 
   
 
THE WHITEST BOY ALIVE
 
 
 
 
 
Dreams (Bubbles, 2006)
 
 
Rules (Bubbles, 2009)
 
   
 KOMMODE 
   
 Analog Dance Music (Brilliance, 2017) 
pietra miliare di OndaRock
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