Soft Boys

A Can Of Bees (ristampa)

2010 (Yep Roc) | psychedelic rock

I Soft Boys rappresentarono senza dubbio, nel brevissimo periodo compreso tra un’insurrezione punk ormai declinante e le prime informali teorizzazioni new wave, un paradosso temporale apparentemente inspiegabile quanto necessario, nella sua felice illogicità. Contemporaneamente pre e post-punk, il quartetto di Cambridge capitanato da Robyn Hitchcock riuscì a imporre nel volgere fulmineo di una coppia di album memorabili (più altro materiale sparpagliato) una cifra assolutamente eccentrica e originale, per non dire inconfondibile, in anticipo coatto sui tempi nel suo puntualissimo disattendere l’inappellabile appuntamento con il futuro.

Certo, non furono forse i primi, né i soli, ma il loro smaliziato trasfigurare la mania collezionistica tipica del revival in un’operazione concettuale a tutto tondo, li pose senz’altro alle origini di un movimento di progressiva riscoperta della “storia del rock”, concetto che proprio agli sgoccioli degli anni Settanta iniziava ad assumere una precisa fisionomia e consistenza, fino a diventare nel decennio successivo, anche attraverso la nascente cultura delle ristampe, l’orizzonte ideale di innumerevoli esperienze musicali destinate ad assumere da lì in poi un peso decisivo.
Appare allora utile, oltre che necessaria a rinfrescare la memoria un po’ intorpidita, la doppia ristampa (filologicamente priva di bonus track e rarità, comunque scaricabili a pagamento dal sito dell’etichetta) che la lodevole Yep Roc ha approntato dei due titoli maggiori del catalogo Soft Boys, “A Can Of Bees” (del 1979) e "Underwater Midnight" (del 1980). Se del secondo, capolavoro riconosciuto e comprovato dei quattro albionici, molto si è detto e scritto, qualche riga occorre invece spendere a proposito del primo, che peraltro latitava dagli scaffali dei negozi più forniti addirittura dal lontano 1992.

“A Can Of Bees” cattura l’immagine mossa di un gruppo febbrile e sottilmente psicotico, ancora stordito dagli ultimi spasimi di un battesimo punk inaugurale ma già proiettato verso un recupero deciso, per quanto volutamente scapigliato e farfugliante nelle forme e nelle cadenze, del codice psichedelico anni Sessanta (soprattutto, a ben sentire, Byrds, Velvet Underground, Rolling Stones e l’idolatrato Syd Barret). Pezzi notevoli come “Do The Chisel”, “Cold Turkey” o la bellissima “The Pigworker” tendono infatti a spostare il baricentro del discorso verso la forma aperta e liberamente divagante di jam psych-blues sferraglianti e sincopate, che traslitterano la grammatica psichedelica delle origini (attraverso l’interpolazione decisiva di un maestro riconosciuto di stile come Tom Verlaine) nell’ironia esile e guizzante di precoci campioni del postmodernismo più estroso e surreale (si ascoltino anche “Human Music” o “School Dinner Blues”).

Non resta dunque che assaporare il frutto acerbo di questo sorprendente debutto in tutta la sua asprezza pungente, lasciandosi colpire dai suoi pungiglioni velenosi, in ossequio a un band tanto parca nella quantità di musica prodotta quanto feconda e ispiratrice per molto buon rock a venire, soprattutto americano, basti pensare soltanto alla di poco successiva scena neopsichedelica del cosiddetto Paisley Underground.


(06/01/2011)

  • Tracklist
1. Give It To The Soft Boys
2. The Pigworker
3. Human Music
4. Leppo and the Jooves
5. The Rat’s Prayer
6. Do The Chisel
7. Sandra’s Having Her Brain Out
8. Return of The Sacred Crab
9. Cold Turkey
10. School Dinner Blues
11. Wading Through a Ventilator (Live)

Download only bonus-tracks

1. Let Me Put It Next To You
2. Blues In The Dark
3. When I Was a Kid
4. Love Poisoning
5. The Asking Tree
6. Muriel’s Hoof/Root of the Clones
7. Have a Heart Betty (Mark 1)
8. Rock ‘n’ Roll Toilet (Mark 1)
9. Heartbreak Hotel
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