Alexander Tucker

Dorwytch

2011 (Thrill Jockey) | experimental-folk

Con l'approdo alla Thrill Jockey, di fianco a pesi massimi quali Barn Owl e Pontiak, tutto ci si poteva aspettare da Alexander Tucker tranne "Dorwytch". L'uomo del Kent - la cui visione heavy è comunque legata più allo spirito che non ai watt - rilascia per la label di Chicago il suo album più fruibile per non dire classico, avvicinandosi (a modo suo) a piccoli passi verso mostri folk quali, ad esempio, John Martyn grazie a un pugno di canzoni che alla luce di quanto inciso sinora farà sicuramente interrogare la cerchia fedele di fan.

Dicevamo di  Martyn, quindi prendiamone in esame il coraggioso "Inside Out" e caliamolo in un contesto gloomy (ma non troppo) sulla linea dei tedeschi Sand.  "Dorwytch" gravita lì, nel mezzo. Ma i rimandi talvolta rischiano di confondere, per cui andiamo al sodo dicendo che una perla come "Hose" il nostro non l'aveva mai incisa: voce grave à-la Maynard, chitarra pizzicata e archi tipo carezze.  Ecco, gli archi come mai prima, così come la batteria (che non c'è mai stata prima) di Pearl Relics che muove come dei Tool rapiti dai Comus oppure una Craters che evoca nientemeno l'Eno di "Another Green World".

Se dietro le pelli siede un avvezzo del free jazz quale Paul May, mentre ai controcanti, in un modo a dir poco elegiaco, si ode la discreta Jess Bryant (in "Red String", dove la combine chitarra-glockenspiel tradisce un retrogusto southern), il guest che maggiormente incide, specie per la notoria vena melodica, è il Daniel O'Sullivan di "Mothlite Fama", di cui Tucker sembra evocare in diversi frangenti il cantato (vedi la cadenzata "Atomized") nonché certo feeling piegato però in salsa folk.

Ma non solo di questo vive "Dorwytch": "Half Vast" ad esempio, rammenta palesemente i Cluster di metà 70, mentre "Dark Rift/Black Road", tutta nastri manipolati e pianoforte plumbeo, non sfigurerebbe nel prossimo disco di Ben Frost. Digressioni necessarie queste ultime, al fine di rendere più dinamico l'ascolto e funzionali a evidenziare ulteriormente una "Skeletor Blues" che il succitato Martyn da lassù di certo apprezzerà, senza contare gli arabeschi di "Sill", dove la tangenza con i Pentagle di "Basket Of Light" - e di un episodio come "Once I Had A Sweetheart", in particolare -  non è certo peregrina. Un gran bel sentire insomma.

"Dorwytch" è opera centrata, completa e intensa. Che i fan quanto gli scettici se ne facciano una ragione.

(28/04/2011)

  • Tracklist
  1. His Arm Has Grown Long
  2. Red String
  3. Matter
  4. Hose
  5. Gods Creature
  6. Half Vast
  7. Pearl Relics
  8. Atomized
  9. Skeletor Blues
  10. Dark Rift/ Black Road
  11. Sill
  12. Mildew Stars
  13. Jamie
  14. Craters
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