Ancora una volta l'algido esotismo del Nord giunge, seppur non inaspettato, ad ammaliare col suono dolcemente crepitante delle sue lingue, col vento frizzante di una musica coltivata, forse difficilmente legata all'
hype ma sempre attenta, per fortuna, alle cose più importanti che una canzone può regalare, dalla breve e insospettata emozione al sollevarsi dello spirito.
Anna Järvinen non è certo una sorpresa per chi conosce da vicino la scena svedese. Questo è il suo terzo disco solista, dopo anni di attività come voce dei Granada, ottima band che univa indie-pop nordico, country e folk, con grande gusto e pochissimi mezzi. In tutta la sua carriera in solitaria è stata seguita dal produttore dei
Dungen, conosciuta band prog-rock svedese, Mattias Glavå, e dal loro leader, Gustav Ejstes, che da sempre si occupano della produzione dei suoi dischi e, in parte, dell'esecuzione strumentale.
"Il terzo di Anna" - questo il significato del titolo - è un disco che coniuga un'affascinante eleganza formale e un potente contenuto emotivo. Fa parte del mistero di questo lavoro dell'artista di Stoccolma come il delicato registro della Nostra e il richiamo suggestionante delle sue interpretazioni, rigorosamente in lingua natìa, si fondano con gli arrangiamenti spesso orchestrali, a ricreare ambientazioni fiabesche, come nel buio monologo danzante della splendida "Händer".
Qualcuno si affretterà a chiamare in causa
Björk e con lei tutto il panorama più anti-convenzionale delle cantautrici nordiche, ma ci si accorge presto che la trama del disco appartiene a qualcosa di infinitamente più fine e sfuggente. L'accompagnamento appena accennato di acustica e organetto amplifica a dismisura il fragile protendersi della vibrante, volatile melodia di "Vals For Anna", scoprendo come in un sollevarsi progressivo di veli le aspirazioni di jazz-folk
à la "
Astral Weeks" di "Anna Själv Tredje", che riemergono prepotentemente in "Titta Vi Flyger".
Si è ancora ben lontani dall'afferrare completamente la varietà di grandi riferimenti evocati dal disco. Se ricordare la gentile, intima abilità compositiva degli
Innocence Mission e l'amorevole afflato della voce di Karen Peris potrà non dire molto a qualcuno, lo farà senz'altro il classicismo "
dipinto dalla memoria" di "En Sommardag Som Stängs Av", o la ballata anni 60 di "Lilla Anna", con quel motivo di organetto che ricorda la celebre "A Whiter Shade Of Pale" dei Procol Harum.
Il tutto è rielaborato in maniera assai personale dalla Järvinen, non solo grazie alla sua impronta vocale, ma anche per via di una grazia compositiva sorprendente, come nelle volubili suggestioni esotiche di "Mer An Väl", che permette alle canzoni di prescindere dalla comprensione letterale con la sola forza dell'interpretazione musicale.
Si spera dunque che questo disco possa rappresentare la consacrazione vera e propria dell'artista scandinava, finora inspiegabilmente ignorata o quasi, ma per la quale il riconoscimento al di fuori dei propri confini sembra davvero un atto dovuto.