Cult Of Youth

Cult Of Youth

2011 (Sacred Bones) | neo-folk

"Se mi dovessi chiedere cosa mi "prende" in questo momento, ti risponderei che è il concetto di fare "musica liberatoria". Con questo intendo che mi sento portato a creare opere che servono ad alleviare le sofferenze di chi sta soffrendo e ispirare le persone a cercare una liberazione da tutte le forze che le opprimono. La musica dei Cult Of Youth è la musica della libertà, e chiunque ti dica il contrario è un maledetto deficiente".
Sean Ragon, frontman dei Cult Of Youth

Non un tipo dalle mezze misure, Sean Ragon, con la sua estetica guerresca, assai politicamente scorretta, il suo eloquio aggressivamente punk, le sue visioni di un naturalismo pre-cristiano. Eppure non si può che seguirlo, quando parla della "liberazione" contenuta nel suo ultimo disco, omonimo, dei suoi Cult Of Youth. Istinto punk appunto, derivante dalla sua lunga militanza durante gli anni 90, teutonico furore neo-folk, declamazioni tibetiane, tutto si mischia in un disco senza compromessi, che si può solo accettare nella sua forma monolitica di allucinate invettive marziali.
Primo disco da band vera e propria (composta tra gli altri da Christiana Key, che ha curato gli arrangiamenti per archi del singolo "Poor Animal" di Zola Jesus), "Cult Of Youth" esce per la Sacred Bones, etichetta newyorkese di culto (la già citata Zola Jesus e Blank Dogs tra coloro che scrittura).

Fin dalle scalpitanti imprese di un "nuovo Occidente", scoperto nelle vastità inesplorate di sé, di "New West", con il suo respiro morriconiano (anche in "Weary" e "The Pole-Star"), si comprende che "Cult Of Youth" non è un disco come gli altri. Allo stesso tempo colmo dell'attivismo futurista di una mente lucidamente protesa e di uno spirito mai davvero contento di adeguarsi al "resto", questo lavoro della band americana si impone allo sguardo per la grandiosità degli arrangiamenti ("Lorelei"), ma più in generale per come sa tramutare l'estetica inflessibile del genere di riferimento in un'opera vibrante in senso più profondo delle cavalcate belligeranti di gruppi pur riconosciuti come i Dornenreich.
Inaspettate aperture pop-wave ("Through The Fear") e una rutilante vena quasi roots ("Monsters", l'intro di "The Lamb") si intrecciano nella trama di trasporto pagano del disco, come nella canzone lunare di "Casting Thorns".

Arso da un'impetuosità nibelunga ("The Pole-Star"), "Cult Of Youth" si scontra con una certa violenza con le tematiche dimesse di gran parte del mondo folk e cantautorale vigente. La controversa bellicosità di una "Lace Up Your Boots" ("Broken on the wheel/ Our patience is lost/ And with the call for battle/ We feel the breath of hope/ Gone are the times/ When our knees touch the ground/ Survival by instinct/ We tighten the rope") o di una "Lorelei" è però tutta rivolta, giura Ragon, alla battaglia quotidiana con se stessi. Senza per questo togliere il disturbante fascino di attingere da letture proibite (che egli stesso non nega, comunque).
La tematica liberatoria di un Sé totalizzante trova quindi sbocco nell'espressione di una mitologia interiore, di simboli e divinità e azioni che si esauriscono nei confini della propria mente: è lì che si trovano terre da conquistare, genti da liberare dal giogo, piane sterminate in cui cavalcare insieme ai lupi e ai corvi ("Cold Black Earth").

"Cult Of Youth" è insomma un disco col quale lottare, da disprezzare ma amare segretamente, fino a scoprire, nel sudore e nel sangue, che si è più simili di quello che si pensava.

(01/04/2011)



  • Tracklist
  1. New West
  2. The Dead Sea
  3. Monsters
  4. Casting Thorns
  5. Through the Fear
  6. Weary
  7. The Pole-Star
  8. Cold Black Earth
  9. Lorelei
  10. The Lamb
  11. Lace Up Your Boots
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