Fortunata
è quella nazione che, nel mondo contemporaneo, può ancora circondarsi di una Natura
talmente vasta e incontaminata da apparire un organismo indiviso, che sappia
ancora ispirare soggezione, alla quale abbandonarsi in maniera incondizionata,
simbiotica. Sono queste le sensazioni che pervadono la raccolta “Whom The Moon
A Nightsong Sings”, edita dalla Prophecy: una compilation di un centinaio di
minuti, più di venti canzoni (tutte o in esclusiva o rarissime) e quasi altrettante band della scena metal e
neo-folk. Uno spiegamento di forze imperioso, che raccoglie nomi altisonanti, facendo
da cartina da tornasole dell’importanza dell’etichetta per il genere, ma che
non pare una semplice riunione di grandi e piccoli scritturati, anzi.
Tutti i partecipanti all’operazione mettono sul piatto ben più della posta in
gioco, che vorrebbe forse essere una compilation “dimostrativa”, imperniata sul
tema della natura, della sua atavica prosopopea. Ciò che sorprende, in
positivo, è l’uniformità stilistica ed espressiva del disco, in cui le band
contribuenti si attengono scrupolosamente, o quasi, a un’insospettata sobrietà
acustica, facendo di “Whom The Moon A Nightsong Sings” una raccolta “bandiera”,
che può essere avvicinata da qualsiasi tipo di ascoltatore (come fu, due anni
fa, il disco omonimo di Solanaceae).
Non per questo si tema che venga scalfita la purezza degli intenti, che venga
meno lo sforzo poderoso che è stato messo in pratica per scolpire un’opera
destinata a restare.
Come in un dispaccio di epoca antica, in questo disco si ha notizia delle
vallate sterminate di conifere che si trovano oltre i confini del mondo civilizzato
e si ammantano, spesso e volentieri, di una poesia sublime, di arcani, a
volte indecifrabili rituali notturni, eteree processioni pagane tra laghi e
radure. È una natura romantica, idealizzata, adorata: “Whom The Moon A
Nightsong Sings” è un dono profferto a una dea volubile e potente; allo stesso
tempo fragile, come nella bella illustrazione in copertina, opera di Teyssier
dei Les Discrets, che la vede, adagiata sotto le fronde di un albero, rimirare
il chiaro di luna riflesso in un lago. Un immaginario trasposto, come già
detto, senza forzature e affettazioni, senza growl d’oltretomba e senza incappucciati dagli occhi spiritati e
dal power chord facile, a evocare
scenari di un fantasy cupo, gotico, di scorci di improvvisa bellezza, di una “bellicosità
espressiva” vibrante ma mai sopra le righe.
Diversi i nomi di grande richiamo (Ulver, Tenhi, il primo inedito da quattro
anni a questa parte degli Empyrium, gli unici a cui è stato consentito “sgarrare”
con una chitarra elettrica), ma il posto d’onore nella raccolta è occupato, a
nostro parere, dall’elliottiana “A
Year In Silence” (Ainulindalë), processione inesorabile di una religiosità
sottomessa e visionaria (riecheggia la poetica midlakiana nel refrain
“We’re enslaved to the ground”), tra cori maschili e un penetrante
arrangiamento per archi. Più in generale, a emergere sono le composizioni
chitarristiche (rispettose degli stilemi medievaleggianti del genere ma sempre
dotate di vita propria) e come queste vengono espanse e fatte risuonare nei
grandi spazi di intermezzi percussivi in cui archi e inserti corali
disegnano storie e dialoghi superumani, lotte tra dei e silenziose cavalcate
nella notte di messaggeri ultraterreni (si vedano, a titolo esemplificativo,
anche il bel pezzo degli Ulver e quello dei Neun Welten).
Il senso di eventi incombenti, inevitabili per la piccolezza umana, pervade la
maggior parte dei pezzi (in particolare la pianistica “Kausienranta”, ingegnosa
canzone dei Tenhi), accendendo di una palpabile tensione emotiva il susseguirsi
di pieni e vuoti, di presagi non detti e scontri detonanti.
“Whom The Moon A Nightsong Sings” ospita
anche momenti più leggeri, in particolare nei due brani a firma Les Discrets
(in particolare il breve intermezzo “5 Montèe Des Epies” pare preso dagli
Arcade Fire, ma anche l’angosciante dinamismo di “Apres L’Ombre” strizza l’occhio
a modalità espressive leggermente diverse). Da citare per immediatezza e “freschezza”
– relativamente all’uscita in questione
– è il pezzo dei Dornenreich (“Dem Wind Geboren”), ballata in tempo dispari,
svolazzante monologo di violino.
Si completa così (con diversi altri contributi che vi invitiamo ad approfondire) l’impressionante manifesto di un’etichetta, ma anche di un genere in grande
salute. Un’opera monolitica, una stele che non solo si offre come metro
interpretativo ma si erge a monito per la produzione che verrà.
08/01/2011
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