“Maranza di tutto il mondo, unitevi!” è il titolo, azzardato ma efficace, con cui DeriveApprodi ha scelto di tradurre l’ultimo saggio di Houria Bouteldja, pubblicato nel 2023 in Francia e l’anno successivo nel nostro paese. Nel provocatorio pamphlet, l’attivista e teorica franco-algerina si chiede quale possa essere l’argine metropolitano al dilagare delle estreme destre, individuandolo nei “barbari” appostati nelle periferie europee: indesiderabili all’ennesima potenza, marginalizzati dal nuovo suprematismo bianco ma invisi anche alle sinistre, che ne snobbano l’ostentata volgarità e l’asservimento al consumismo più effimero. Facendo risuonare la profezia finale de “L’Uomo a una dimensione” nel manifesto anticoloniale “I dannati della terra”, la prospettiva di Bouteldja apre inediti orizzonti di lotta di classe.
Non c’è bisogno di ribadire l’importanza dell’Algeria come paese-simbolo della decolonizzazione, in particolare francofona. Meno ossequioso il trattamento riservato al prodotto culturale più esportato dal gigante maghrebino: sarà per l’ingombrante sagoma mediatica di Khaled, la musica raï viene il più delle volte accantonata sullo scaffale tra il kitsch e il tamarro, specie nella deriva pop che ha preso piede dagli anni 80. E se invece fossero proprio quegli accorati melismi sintetici l’esperanto per i reietti da cui partirà la prossima rivoluzione?
La pensa così la WEWANTSOUNDS, che torna a deliziarci con una preziosa raccolta di tesori nascosti. Messi insieme dal dj Cheb Gero e accompagnati dalle liner notes dell’esperto Rabah Mezouane, gli otto brani sono pescati dalle innumerevoli cassette vendute tra le piazze e i vicoli di Orano, con copertine da mandare al tappeto il più improbabile dei neomelodici. Sono canzoni figlie della strada e del vizio, tra sordidi bordelli e locali battuti da novelli Genet, teatro di traffici tra i più inenerrabili. Una dissolutezza senza filtri che dà voce all’insofferenza giovanile, allo sdegno politico ma anche al sentimentalismo indomito di “dolci ribelli” che hanno eletto a loro martire il compianto Cheb Hasni. E chi vorrebbe derubricare il tutto a sottofondo per matrimoni o abbuffate di kebab farebbe meglio a tapparsi la bocca: come la mettiamo con l’electro sfuggente di “Ghir Hbibi Ouana” (Cheb Abdelhak), l’impeccabile reggae di “Ala Bladi Nebki” (Abderrahmane Djalti) o il quasi-blues di “Chabe Rassi” (Cheikha Djenia El K’bira)?
Non solo baffi: se è vero che il raï nasce donna sotto la stella della leggendaria Cheikha Rimitti, quella gloriosa tradizione viene qui vivificata da nomi come Chaba Hamina, Chaba Zohra e Chaba Noria, eredi delle meddahates che iniziavano gli spettacoli invocando il Profeta per poi intonare versi via via più osé. In quelle performance licenziose, facendosi beffe di convenzioni e pregiudizi, queste eroine dimenticate smettevano di essere le malinconiche “donne nei loro appartamenti” ritratte da Assia Djebar, trovando nella musica una formidabile leva di affermazione e riscatto. I frutti più golosi, in ogni caso, vengono colti dall’albero dei duetti lui-lei: su tutti la spiritata “Matczaafiche Omizi” di Djilali Tiarti e Chaba Zohra, holler quasi metafisico, con tocchi di autentico voodoo.
E se le élite storceranno il naso, tanto meglio: noi continueremo a farci ipnotizzare da “Sweet Rebels”, colonna sonora di party da marciapiede per maranza e non.
28/03/2025
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