L’uscita della colonna sonora di un nuovo film di Wim Wenders rappresenta un evento di importanza pari, se non addirittura superiore, a quello della pellicola stessa. Non è un mistero che anche alle prese con colossali passi falsi il grande regista tedesco sia stato in grado però di compilare selezioni musicali di altissimo livello e interesse. Basti pensare all’eccezionale soundtrack dell’ambizioso, ma non riuscito, “Fino alla fine del mondo”, che contava su materiale inedito di Rem, Depeche Mode, Elvis Costello, Lou Reed, Talking Heads e tanti altri. Ma gli esempi potrebbero continuare, da “Così lontano, così vicino” sino al fallimentare “Million Dollar Hotel”.
Deve ancora uscire in sala questo “Palermo Shooting” (a dire il vero, massacrato a Cannes), ma la colonna sonora si segnala già come una delle più belle e raffinate dell’anno. Il mix di suoni, artisti e influenze è variopinto e spiazzante, e si presta bene al vagabondare del fotografo Finn nella città siciliana. Ad aprire le danze è una vecchia conoscenza del regista, Nick Cave (la cui prima collaborazione con Wenders risale a “Il cielo sopra Berlino”, nel 1987), che con i suoi Grinderman contribuisce con due brani registrati appositamente per l’occasione: “Dream (Song For Finn)” è una sorta di versione sporca ed elettrificata di “One” degli U2, mentre “Song For Frank”, meno convenzionale con la sua ritmica tribale e schizoide, non sfigurerebbe nell’ultimo lavoro dell’australiano, “Dig Lazarus Dig!!!”.
Altre facce note: ci sono i Velvet Underground con la classica “Some Kinda Love” (ma nel film compare pure Lou Reed in un piccolo ruolo), De André con lo splendido blues “Quello Che Non Ho” (la soundtrack è dedicata a lui), i Portishead con “The Rip” (complimenti per il tempismo!), probabilmente il brano più emozionante dal loro “Third”, e la relativa vocalist, Beth Gibbons, con “Mysteries” (presa dal suo album solista del 2002). Le musiche originali, un ipnotico score a metà via tra il Vangelis di “Blade Runner” e Brian Eno, sono opera di Irmin Schmidt dei Can, altra band molto cara al regista di Dusseldorf.
Ma Wenders dimostra di essere interessato e aggiornato anche su quelle che potrebbero essere definite le nuove “tendenze” del panorama rock. Bonnie “Prince” Billy collabora con l’inedito “Torn And Brayed”, classico pezzo folk, impreziosito dalle chitarre di Matt Sweeney, mentre di Iron & Wine (scoperto dal regista grazie a un consiglio dell’attrice Michelle Williams) possiamo ascoltare la trascinante “Freedom Hangs Like Heaven” (dall’Ep “Woman King” del 2005).
Non manca una delle più grandi sorprese della passata stagione, Zach Condon, aka Beirut (“Postcards From Italy”, scelta scontata ma perfetta), giovane promessa del nuovo indie-pop americano. I Calexico compaiono con la celebre “The Black Light” (dal loro omonimo capolavoro), sottofondo più che consono per immortalare l’arrivo del fotografo Finn a Palermo. Il mieloso power pop di Jason Collett (“We All Lose One Another”), membro della numerosa combriccola dei canadesi Broken Social Scene, è compensato dal robusto e chiassoso rock dei Long Winters (recuperate il loro sottovalutato “When I Pretend To Fall”).
Meno convincenti le partecipazioni di alcune (misconosciute) rock band tedesche: i Thom (già con Wenders per le musiche de “La terra dell’abbondanza”) si ostinano a voler imitare i Radiohead (sebbene la loro “Beds In The East” abbia cadenze più dance), mentre i Get Well Soon, che collaborano con due, onesti, inediti, sembrano il classico gruppo medio senza una vera e propria identità, indecisi se copiare il sound dark-wave degli Echo & The Bunnymen o azzardare qualcosa di più coraggioso (“Good Friday”).
Nonostante questi nei, l’insieme è potente e appassionante. Certo, come diranno alcuni, se si è un regista di fama internazionale e si hanno i soldi di una major alle spalle, è facile mettere assieme un così ricco carnet di nomi. Ma bisogna anche saper amalgamare immagini e musica in maniera convincente e non banale: e qui Wenders è sempre stato un maestro.
24/11/2008
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