Noi tutti amanti del rock, consumatori onnivori di ogni sua espressione o forma, abbiamo un debito verso quel magnifico e tragico continente che è l’Africa.
Come è noto, molte delle musiche “di massa” che vengono riconosciute genericamente come blues, jazz, soul, rock’n’roll, pur essendo espressioni della cultura occidentale, celano nel loro background radici che, per forza di cose, restano piantate nel continente nero.
Gli stilemi e i modelli di gran parte della popular music occidentale, infatti, sono stati codificati da musicisti afroamericani, i cui antenati erano stati sradicati dalla proprie terre di origine e portati a lavorare come schiavi nel nuovo continente, vittime essi stessi di umiliazioni e angherie, subite a causa del colore della loro pelle. La musica degli afroamericani surrogava un linguaggio e un’identità negati. L’espressione artistica, dunque, sostituiva una libertà vagheggiata e non ancora ottenuta.
Questa condizione drammatica, eppur parossisticamente vitalistica, la si può rintracciare nei blues maledetti di Robert Johnson, nei riff animaleschi della chitarra di Chuck Berry, nei lancinanti assoli elettrici di Jimi Hendrix, nei cascami di note piovuti dal sax di John Coltrane, nella danza sensuale e spirituale di James Brown.
Tutto questo preambolo è per sottolineare che spesso il rock è tornato “a casa”, e lo ha fatto ovviamente in una forma sempre mutevole, grazie alle numerose band americane e inglesi che negli anni Sessanta hanno contribuito, con il loro successo planetario, all’evangelizzazione del verbo rock. Proprio questo è quanto successe in Nigeria negli anni Settanta, sul cui suolo spuntò un florilegio di musicisti decisi a prendere il rock’n’roll, il beat, il funk e quant’altro e a fecondarli con i semi della musica tribale autoctona. Era in questo contesto che esplose anche un musicista, divenuto quasi una star in occidente, come Fela Kuti. Questa fantastica antologia, pubblicata dall’encomiabile etichetta Strut Records, documenta la fertile scena musicale nigeriana, nel decennio successivo a quello in cui lo stato africano ottenne l’indipendenza (per completezza, l’anno era il 1960).
Le tracce sono sedici e sono tutte di ottimo livello, tuttavia alcuni pezzi svettano mostruosamente: per esempio, l’iniziale “Yabis” di Sir Shina Peters & His International Stars è uno scatenato funk psichedelico suffragato da tastiere caustiche e da chitarre lisergiche. “Everyboy Likes Something Good” di Ifi Jerry Crusade, invece, immerge il garage psichedelico dei 13th Floor Elevators in un travolgente mare percussivo. È importante segnalare la presenza di testi o nomi di band in inglese, dato che per i musicisti nigeriani il ricorso alla lingua britannica era del tutto naturale, essendo l’inglese la lingua ufficiale della nazione. Abbondano, comunque, esempi di canzoni cantate in idiomi africani come “Ezuku Buzo” di Bola Johnson & His Easy Life Top Beats, i quali sfoderano un hip-hop tribale ante litteram che nemmeno i Last Poets.
Tra gli episodi più intensi, non si può non citare la straordinaria “Aiye Le” di Olufemi Ajasa & His New Nigerian Bros: un rito catartico collettivo che custodisce la forza di una intera nazione. Commovente, più di qualsiasi sermone poetico da songwriter impegnato. L’essenza della musica, abbandono del dolore e liberazione della gioia: è tutto in questi tre minuti scarsi.
Ci sono altri vertici di cui parlare; per esempio “African Dialects” di Peter King, canzone che farebbe morire dall’invidia persino il re del groove George Clinton (poliritmi sensuali, piano elettrico e grandioso assolo di sax nel finale). Anche “Tug Of War” dei The Faces sfoggia irresistibili fraseggi di sax, guarniti stavolta da poderosi fuzz chitarristici.
Molti dei brani presenti nell’antologia dimostrano come l’intera scena afro-funk nigeriana avesse spiccate propensioni psichedeliche, queste raggiungono l’apice in “Wetin De Watch Goat, Goat Dey Watcham” di Eric Akaeze & His Royal Ericos: un trip funkedelico di dieci minuti che fagocita un funk acido alla Sly Stone, un organo alla Manzarek, declamazione in stile “Black Power” e ritmo da rituale indigeno.
In pratica, “Nigeria 70. Lagos Jump” è un irrinunciabile invito a scoprire sedici gemme nascoste di beat equatoriale, funk-soul da manuale, ritmiche esotiche (e perché no, erotiche).
Da avere, ad ogni costo.
18/05/2008
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