Authenticité: questo il comandamento che Sékou Touré, padre della patria guineano, impartì nel 1961 alla neonata repubblica, a soli tre anni dall’indipendenza. L’obiettivo era decolonizzare culturalmente il paese, affrancandosi dall’eredità francese (di cui storpia a mo’ di sberleffo il motto rivoluzionario) in nome delle radici indigene.
Erano anni in cui all’arte veniva ancora riconosciuto (o assegnato) un ruolo nella costruzione dell’identità collettiva, e l’idea di una “musica rivoluzionaria nazionale” ben si prestava allo scopo. Fu così che nacque la Syliphone, uno dei parti più curiosi di quella stagione: un’autentica “etichetta di Stato” pensata per rinverdire, tramite orchestre appositamente formate, il folklore locale alla luce delle nuove tendenze afro-caraibiche. Nei suoi 16 anni di esistenza (1967-1983), la Syliphone ha conquistato più di un primato: oltre a essere stata la prima etichetta dell’Africa post-coloniale finanziata interamente dall’alto, ha avuto il merito di introdurre sia gli strumenti tradizionali sia le canzoni dei griot all’interno nella dimensione orchestrale, contribuendo in modo significativo a rivoluzionare la musica del continente.
A mettere ordine in questo corposo patrimonio (oltre 750 canzoni incise!) provvede l’ottima label belga Radio Martiko, non nuova a operazioni simili. Ascoltare questo primo volume di un annunciato dittico, dedicato al periodo iniziale della leggendaria etichetta, equivale a un balzo in un lussureggiante paradiso exotico: si va dalla pigrizia cubana dei Bembeya Jazz National (portabandiera nazionali allo storico FESTAC 77, qui impegnati a rileggere nientemeno che “Guantanamera”) all’highlife vibrante dei Pivi & Les Balladins, dal mambo della Horoya Band National alla salsa della 22 Novembre Band, senza tralasciare gli echi ethio-jazz dell’Orchestre Du Jardin De Guinée.
Ma sono pur sempre gli anni della psichedelia: non stupitevi, pertanto, di fronte al garage appenna accennato di “Solo Quintette” dei Myriam’s Quintette o all’acido nitrito d’organo su “Samba” dei Balla Et Ses Balladins (che, a dispetto del titolo, trasuda piuttosto afrobeat), fino alle suggestioni quasi morriconiane di “Miri Magnin” dei Keletigui Et Ses Tambourinis. Premio per l’eclettismo all’Orchestre De La Paillote, che si destreggia con egual classe tra cha cha cha (“La Guinée Moussolou”) e cumbia (“Kankan-Yarabi”), mentre sul fronte delle sorprese vince il rebetiko dei Les Frères Diabaté.
Come da copione, il proposito di Touré finì col dirottare quel genuino orgoglio in seno a una propaganda accentratrice, imponendo un canone ineludibile (una versione africana del realismo socialista, se vogliamo) e tradendo lo spirito panafricano di cui Conakry è stata una stella polare. Di ciò non hanno certo colpa le diligenti orchestre della Syliphone, ai cui ritmi possiamo ancora ballare sognando uno futuro degno di quelle premesse.
02/12/2025
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