Una chiazza rosso sangue su un candido manto d’innocenza: la bandiera nipponica torna utile, suo malgrado, come istantanea della tragica stagione controculturale nazionale. C’è ben poco di floreale nel decennio che va dalle proteste del sindacato studentesco Zengakuren contro il trattato Anpo (che nei tumulti del 15 giugno 1960 costò la vita alla giovane militante Michiko Kanba) all’annientamento della Rengo Sekigun, la famigerata Armata Rossa Unita, sterminata nel 1972 tra l’agghiacciante auto-purga sulle Alpi Giapponesi e lo spettacolare assedio di Asama-Sanso. A chi volesse approfondire per immagini le due controverse epopee non possiamo che consigliare rispettivamente “Notte e nebbia sul Giappone” (1960) di Nagisa Oshima e “United Red Army” (2007) di Koji Wakamatsu, eloquenti ritratti di una generazione che passò dalle armi della critica alla critica delle armi ben prima degli omologhi occidentali.
Una cosa che invece accomuna le intemperanze giovanili tra Est e Ovest è l’eterna frattura tra impegno pubblico e ripiegamento privato, nella vita come nell’arte – e, in particolare, nella musica. Se la misteriosa saga dei Les Rallizes Dénudés sposò in toto quelle rivendicazioni (con il bassista Moriaki Wakabayashi coinvolto nel rocambolesco dirottamento del volo Japan Airlines 351 in Corea del Nord del 1970), altri fecero di tutto per lasciarsi alle spalle quel tremendo periodo. È su queste basi che venne alla luce una falange psichedelica insofferente alle cacofonie distorte di Takashi Mizutani e accoliti, preferendo un approccio ingenuo e colorato, baciato dal sole californiano più che da quello shintoista.
Il nome degli apripista la dice tutta sulle vibrazioni “positive” che si respiravano: trattasi degli Happy End di Haroumi Hosono (futuro bassista della Yellow Magic Orchestra), autori del primo disco rock cantato in giapponese e futuri collaboratori di Van Dyke Parks e Lowell George. Non erano tuttavia gli unici agitatori di quel sottobosco, come testimonia questa antologia curata dalla label britannica Time Capsule, gemella di un’altra raccolta dedicata invece al soul psichedelico dello stesso periodo.
L’apertura è affidata ai Beach Boys in salsa lounge di “Kawa”, a firma Hiroki Tamaki, l’anima più spirituale della scena. Sua anche una “Beautiful Song” che mantiene la promessa del titolo, anticipando il prog-pop dei Marillion.
Il resto della scaletta spazia dal folk flamencheggiante di Ken Narita, con svolazzamenti di flauto alla Pavlov’s Dog, alle chitarre lancinanti di Takashi Nishioka (l’intellettuale della congrega), passando per i Fleetwood Mac di “Albatross” ricalcati dai Niningashi o il miscuglio di Pearls Before Swine e Incredible String Band messo a punto dai freak Tokedashita Galasubako, chiudendo in bellezza con l’astrattismo Crosby-iano degli Akai Tori. E non possono certo mancare gli Happy End, curiosamente rappresentati da una delle loro ballate più innocue: “Kaze Wo Atsumete” ricorda addirittura James Taylor – il che, sia chiaro, non fa mezza lira di danno.
Sarebbe interessante chiedere a uno studente dell’epoca che tipo di sensazioni riporta alla memoria questa musica densa di sogni e speranze. A noi, di sicuro, rimane l’agrodolce malinconia di otto, acide gemme.
22/04/2024
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