Pavlov's Dog

Prodigal Dreamer

2018 (Rockville) | progressive-folk

Mi è preso un colpo, adocchiando di sfuggita quella copertina. L'apparizione di un fantasma: disturbante, ma in qualche maniera anche rassicurante, se l’estinto fu persona cara. Un messaggio che non può essere equivocato: "Siamo tornati". Come se il tempo si fosse fermato. Specchietto per allodole distratte: a ben guardare il cagnone appare un po' malconcio e preferisce evitare il nostro sguardo, forse volgendolo a un imprecisato passato fuori campo. Ma siamo ancora tutti e due qua, e questo è quello che conta.

Se un libro non si giudica dalla copertina, quando si parla di dischi prog il discorso si capovolge come una frittata nera e lucida: quanti ne abbiamo amati ancor prima di metterli sul piatto? Con i Pavlov's Dog di "Pampered Menial" per me è andata proprio così: come resistere a quel guardiano massiccio, che non te lo compri facendolo sbavare con la campanella del pranzo, ma tutto sommato anche pacato e bonario con chi se lo merita davvero? E poi sono americani e quindi una rarità, tra le poche mosche bianche a svolazzare sulla zuppa della perfida Albione (a questo proposito mi piace sempre citare almeno un altro nome, anche loro con delizioso frontespizio animalesco: gli Yezda Urfa). La musica non era delle più avventurose, e anzi a tratti rimandava ai peggiori vizi di quella stagione: leziosa, melodrammatica, sempre sul filo del cattivo gusto. Anche questo, però, finisce con essere un punto a favore: un gruppo per quando hai bisogno di carezze anziché di spinte. Non si può mica vivere di solo Rock In Opposition!

E il pregio di questo "Prodigal Dreamer" (che titolo magnificamente appropriato!) è che non ci prova nemmeno a strafare: lo si potrebbe confondere con un prodotto dell’epoca (merito anche della pastosa incisione in presa diretta di Paul Hennerich), non fosse per quella velata malinconia da reduci che aleggia qua e là. La voce dell’alieno Surkamp mette ancora i brividi, ma per motivi diversi: schivando qualsiasi virtuosismo, assume un tono sofferto, fatalista, una specie di David Tibet silvano. Gli altri strumenti, pilotati dal violino di Abbie Hainz Steiling, sono sulla stessa falsariga: pochi sussulti e molti sussurri a delineare un arcadico folk da camera, con poche licenze (l'hammond Winwood-iano di "Hard Times", la grinta blueseggiante di "Crying Forever").

Occhio, non è affatto scontato: le vecchie glorie progressive il più delle volte soccombono senza colpo ferire all’asfissiante maledizione fusion. Non ne ricordo uno di ritorno in pista che mi abbia convinto. Un po’ logorroico nei suoi 58, ridondanti minuti, magari privo di brani indimenticabili (a parte forse l’iniziale "Paris", che ricorda alcune cose di Sam Rosenthal), "Prodigal Dreamer" si lascia invece ascoltare con piacere proprio per la sua onestà di fondo, e sarà per questo che in un paio di punti sfugge addirittura qualche lacrimuccia. Fosse sempre così…

(15/01/2019)

  • Tracklist
  1. Paris
  2. Hard Times
  3. Winterblue
  4.  Thrill Of It All
  5. Easter Day
  6. Hurting Kind
  7. Aria
  8. Waterlow
  9. Suzanne
  10. Crying Forever
  11. Being In Love
  12. Shaking Me Down
  13. The Winds Wild Early
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