La Mannequin Records continua il progetto di archeologia musicale innescato dal precedente volume di "Danza Meccanica", edito nel 2010. L'intento di riportare alla luce gli angoli nascosti della scena post-punk, wave e synth italiana degli anni 80 continua in maniera sempre più approfondita e attenta.
Quasi a voler controbattere la superficialità con cui Simon Reynolds tralasciò il nostro paese nel suo tomo "Post Punk", l'etichetta di Alessandro Adriani riesce a svelare un fitto sottobosco underground di produzioni limitate (molto spesso mai pubblicate o edite solo in vinile e/o cassetta) che esula dalle classiche raccolte storicizzate come "Catalogue Issue", "Body Section" e "Gathered" (ristampate da Spittle Records) proponendoci una visione molto più allargata e ricca di sfumature.
L'opera compiuta dalla Mannequin non si limita al semplice lavoro di archivio e di ricerca artistica, ma si estende alla cura del materiale audio, che viene attentamente ripreso nella sua forma originale. Un tipo di attitudine, questa, molto simile a quanto fatto da Veronica Vasicka per le sue antologie "Minimal Wave Tapes One" e "Hidden Tapes" o a quanto sta intraprendendo Mike Sniper con la sua Captured Tracks, ristampando gemme rare di The Wake e Jeff & Jane Hudson.
Con un cielo indistinto e plumbeo, esteso idealmente tra Manchester e Berlino, le dieci band che attraversano i solchi neri dell'antologia (viene infatti pubblicata solo in digitale e vinile) gettano un ponte sintetico tra le produzione di 4Ad, Mute e Factory, mantenendo comunque un alto livello di personalità. Basti pensare alla opening track, "Acque" dei Suicide Dada di Torino, che sembra un chiaro omaggio alla coldwave più riflessiva, ma nasconde una forza ipnotica rara che si sublima nelle vocals, una via di mezzo tra Faust'o e i primi Litfiba. Ancora più introspettivi e orientati alla dark-wave sono i Der Blaue Reiter di Milano (da non confondere con il gruppo omonimo spagnolo), il progetto forse più derivativo del lotto perchè assomigliante ai contemporanei Joy Division (siamo nel 1980-81).Non dobbiamo però farci ingannare, elementi come chitarra acustica e CR 78 arricchiscono e ricontestualizzano completamente il brano.
Del tutto estranei al concetto di linearità sono i Ruins (già ristampati da Minimal Wave con il loro Lp "The Art Dance"), che esprimono il lato più weird ed exp dell'antologia, costruendo un delicato castello di synth e ritmiche nervose. Di pari passo troviamo il synth-pop frenetico dei Waveform e il gusto depechemodiano dei Deca, frenetico e adrenalinico.
Unico nome "storico ufficiale" dell'antologia è quello dei Jeunesse D'Ivoire di Milano, già comparsi in raccolte "Cold Wave And Minimal Electronics" (Angular Records) e "Milano New Wave". Qui li troviamo con un'inedita e malinconica "A Gift Of Tears (Silent Version)", una pregevole perla melodica, circondata dalla neve, in un rimando onirico a vecchie fotografie ingiallite. In contrapposizione, uno dei nomi meno raggiungibili è sicuramente quello dei senesi L.A.S.'s Crime (abbreviazione di Lord Arthur Saville's Crime, opera di Oscar Wilde). Autori di una wave elettronica oscura e ossessiva, dalle ritmiche quasi early EBM, riescono a disegnare una improbabile via di mezzo tra i Neon e la scena synth belga.
La qualità del materiale è senza dubbio di alto valore. Fatta eccezione per pochi esempi più convenzionali, tutte le composizioni riescono ad aggiungere nuove linee e strutture all'immagine della wave italiana nelle sue diramazioni più legate alla musica synth. Pare quindi evidente che "Danza Meccanica Vol. 2" si porrà come una nuova pietra angolare per comprendere e studiare la storia di questa scena, un vero e proprio mondo sommerso ancora da analizzare e recuperare attentamente.
24/01/2012
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