AA.VV. - Scared To Get Happy – A Story Of Indie-Pop 1980-1989

2013 (Cherry red)
indie-pop, new wave

Qualunque sia la vostra opinione sulla musica anni 80 o sui fenomeni punk e new-wave, non riuscirete mai a negarne le proprietà seminali: quanto abbiano veramente inciso etichette come Postcard, Zoo, Cherry Red, El, Sarah, Rough Trade, Kitchenware, Subway Organitation, Factory e soprattutto la Creation è un dato storico inconfutabile. La mitica fanzine che raccontò questa era ricca di promesse, “Are You Scared To Be Happy” (edita dallo stesso Matt Haynes che in seguito fondò la Sarah Records), viene omaggiata rubandole l’intestazione per questa ricca antologia della prima era indie-pop targata ’80-’89.
È un viaggio emozionante in un catalogo di lost band che hanno dato vita a un fenomeno comparabile solo alla prima ondata rock’n’roll: come già accaduto per gli anni ‘50 e ’60, si fa spesso fatica a ricordare i nomi dei protagonisti ma non le loro canzoni, e questa è una sensazione spesso evocata dall’ascolto di questa antologia in cinque cd della Cherry Red.

A Story of indie-pop” recita il sottotitolo della compilation. È sempre difficile venire a capo con una definizione precisa, elitaria ed insindacabile che racchiuda in un concetto tutta l’essenza di un genere e tutto quello che esso rappresenti. Provammo a suo tempo a tracciarne una linea guida per tutti quelli che volessero avvicinarsi al genere, rimarcando le sue radici nel post-punk e nel punk UK e sottolineando le enfasi e gli accenti su tutti quegli aspetti che lo circondavano: come quell’eccessiva e poi tacciata femminilità, il mondo delle fanzine, i singoli su 45 giri come mezzo principe di stampa e via dicendo.
La verità è che l’indie-pop in sé ha più una valenza come attitudine che come genere vero e proprio, anzi, musicalmente parlando è facile scontrarsi spesso con le decine di sotto-“generi” che esso racchiude: shambling, fey, cuddlecore, twee, anorak, jangly, p!o!p, dream, noise-pop etc. Per non parlare poi di tutta la “scena” (non è mai stata una scena vera e propria, ma questo è un altro discorso) nata attorno alla C86. Noi nel nostro piccolo scegliemmo dieci dischi fondamentali che potessero in qualche modo rappresentare l’indie-pop in tutte le sue sfumature. Sono pochi ma a completarci ci pensa oggi la Cherry Red con questa compilation che racchiude (o cerca di farlo) tutto lo scibile del decennio 80-89 inglese (sebbene dei nostri 10 dischi non ci sia nulla).

134 canzoni e altrettanti protagonisti che demarcano un’era ben precisa, ovvero la tempesta creativa prima dell’avvento del fenomeno Oasis, che con le dovute proporzioni ripropose la stessa ascesa a status di star che con i Beatles trasformò il rock’n’roll ribelle in un manifesto generazionale. In verità l’industria discografica aveva spesso attinto all’immenso parterre di artisti indipendenti, con un’incoscienza e un animo inconsapevole che spesso impedì evoluzioni e reali sviluppi creativi.
Gli Aztec Camera (qui rappresentati grazie al primo singolo “Oblivious”), Lloyd Cole & The Commotions (presente una rara versione self-released di “Are You Ready To Be Heartbroken”) i Prefab Sprout (con il primo singolo “Lions In My Own Garden (Exit Someone)”), gli Everything But The Girl e i James rappresentano quella sparuta schiera di artisti che riuscì a veicolare la loro musica a un pubblico più ampio grazie alla sinergia tra etichette indipendenti e major. L’attitudine parassitaria della grande distribuzione ha spesso gettato un’ombra sulla reale entità della fenomenologia musicale anni 80, e la sua ricerca affannosa della next big thing ha dato risalto agli aspetti meno interessanti di quella stagione creativa.

Il dato più evidente del contrasto tra ciò che quegli anni furono, e di come li svendettero le major è racchiuso in un elemento che sembra quasi superfluo e sotterraneo, ovvero la diversa rilevanza della sessualità. Duran Duran, Spandau Ballet, Wham!, Eurythmics e perfino i Pet Shop Boys (tutti ovviamente assenti da questa compilation) assaltarono le classifiche proprio grazie a un’identità sessuale ben precisa, che è invece aliena a molta produzione indie.
L’amore imberbe degli Orange Juice (purtroppo assenti), oppure quello ingenuo dei Bluebells e dei Friends Again non ha nulla in comune con l’appeal sessuale del pop da classifica Eighties: anche gli stessi Smiths raccontavano con toni più marcati una sessualità sofferta e decontestualizzata.
Questa peculiarità naif è la vera caratteristica della musica indipendente anni ’80: Revolving Paint Dream, Bad Dream Fancy Dress, Marine Girls, Fantastic Something e Pastels (anch’essi assenti) hanno cantato l’amore senza sesso, una rivoluzione culturale che sorrideva anche alla volontà di ribellione e di rifiuto dei canoni pregressi che sottendeva una rivoluzione politica strisciante e destabilizzante. Scars, Tv Personalities, Josef K, Jesus & Mary Chain, Wedding Present e altri artisti inclusi non tardarono a ribaltare anche le prospettive politiche partendo da nuovi fronti di analisi sociale che demolivano l’istituzione della famiglia per rinnovare la centralità dell’individuo.

Scardinando la musica dal contesto più ampio che questa antologia rappresenta è necessario focalizzarsi anche sulle scelte fatte da John Reed: compilatore della tracklist. Cosa può essere definito indie-pop in questa compilation e cosa no? Dovessimo seguire il pensiero di certi estremisti (ogni genere li ha, anche l’indie-pop, e sono particolarmente agguerriti), ovvero di gente che per il solo fatto di aver incollato a mano le copertine di qualche 7″ negli anni 80 oggi si sente in diritto di dire qualunque cosa, affermeremmo che parecchi pezzi sono stati infilati a caso.
Gli estremisti che per intenderci sono quelli che amano solo i My Bloody Valentine dei primi due singoli, quelli che “la cassettina C86 è stata la morte dell’indie-pop”, quelli che la Creation dal 1985 in poi è andata solo in declino, quelli che la miglior etichetta indie-pop di sempre è stata la Subway Organization e via dicendo (sono anche quelli che per tutti gli anni 80 hanno evitato di fare l’amore perché aderivano strettamente alle regole di asessualità dell’anorak-pop). E tu, che andavi due volte al mese a investire gli avanzi della paghetta in costosissimi 12″ import e qualche album da venerare negli anni a venire, scoprivi che l’indie-pop è sempre stato questione di 7″ e quindi gli album fanno tutti invariabilmente schifo, insomma che hai sbagliato tutto sin dall’inizio. Se fossi stato veramente cool saresti andato a Londra a sentire i Talulah Gosh nel 1985, invece stavi in camera ad ascoltare.. gli Smiths? E nell’86 invece che ballare sotto il singolo di “I Could Be In Heaven” dei Flatmates ti ascoltavi… “London 0 Hull 4”? Battute a parte, dicevamo, certi brani sembrano essere un po’ dei piccoli outsider, in special modo tutti quelli che poi andarono ad esaltare la grande era dell’oro del britpop inglese: Stone Roses, Pulp, La’s, Pale Fountains e via dicendo. La realtà dei fatti è che “Scared to Get Happy” non ha paura di mostrare il germe imberbe di un’Inghilterra sulla rotta delle grandi major e dunque lo spavaldo esordio dei Pulp con “Everybody’s Problem”, il seme ancora incolto degli Stone Roses di “The Hardest Thing In the World”, l’intensità sanguigna degli House Of Love e la loro “Shine On” sono alcuni dei più noti nadir del’ascesa del fenomeno culturale indie.

Ma ci sono pagine meno note di un’era musicale ricca di infinite sfumature culturali eppur stranamente omogenea, che meritano però attenzione: i Cherry Boys di “Kardomah Cafè”, la psichedelia dei The Bachelor Pad, il misterioso pop dei Gol Gappas, il cristallino riverbero anni 60 degli Art Objects, la fragilità degli Hepburns, il candore degli Another Sunny Day con tutta la poetica dell’abbandono (che è alla base della Sarah Records) di “I’m In Love With a Girl Who Doesn’t Know I Exist” sono il manifesto di una più complessa architettura della discografia di quegli anni, il cui caos è sicuramente inferiore alla moltiplicazione produttiva dell’era digitale-liquida, ma dotato di un’energia pura e intensa che nonostante il tentativo di dismissione prodotto dagli anni 90 resta ancora fonte di nutrimento per il decennio Zero. Merito particolare della selezione è quello di non aver scelto i brani più ovvi di certi gruppi (già raccolti in altre compilation come la famosissima Rough Trade Indiepop 1) ma di saperli alternare evitando quindi di creare inutili copie. Groove Farm, Popguns, The Clouds, Jesse Garon and the Desperadoes, Talulah Gosh, This Poison!, McCarthy etc. sono stati selezionati con pezzi “nuovi” tutt’ora seminali.
Assimilata praticamente tutta la C86 originaria, anche qua con brani diversi, ad eccezione però dei gruppi Rod Jonhson: Stump, Bogshed, The Shrubs, A Witness e The Mackenzies, che anche al tempo ebbero poco a che vedere con quella scena che NME stava cercando di creare. Meritevole anche l’inserimento dei “grandi assenti della C86”: i BMX Bandits di Duglas T. Stewart che, dopo aver spedito un brano a NME per l’inclusione nella cassetta e dopo essersi visto rifiutare il brano, decise di intitolare il primo album della sua band “C86” (a quanto dice Stewart l’idea andava oltre: “Volevo che ogni canzone dell’album avesse per titolo il nome di un gruppo sulla cassetta di NME. Ma il resto della band mi ha convinto che era un’idea ridicola”). Straordinario anche il confronto con il CD86 edito nel 2006 da Bob Stanley (Saint Etienne), il quale non va considerato erroneamente come una ristampa della cassettina, anzi. I doppioni in questo senso sono ridotti praticamente all’osso, quasi assenti. 

Si va dai più incredibili gruppi del sottosuolo inglese (The Raw Herbs, One Thousand Violins, The Siddelays, The Desert Wolves…) perfettamente rilasciati su un’altra compilation summa che testimonia anch’essa quanto prolifico fosse il sottobosco ed in particolar modo quello che gravitava intorno alla C86: la Sound of Leamington Spa (sette volumi per questa compilation edita dalla Cloudberry Records) fino a buona parte dei gruppi Sarah (Orchids, 14 Iced Bears, Wake, Another Sunny Day…). Dai pionieri dell’indie-pop (June Brides, Marine Girls, Dolly Mixture…) passando per il catalogo della Subway Organization (Rodney Allen, Chesterfields, Flatmates, The Charlottes, Razorcuts, Bubblegum Splash, Shop Assistants, Soup Dragons…) fino a tutti quei gruppi che poi ottennero anche un discreto successo commerciale (Girls at Our Best, The Primitives, Darling Buds…).
Davvero poche le assenze fondamentali, alcune dovute solo a problemi di diritti (Orange Juice, Pastels, Felt, Field Mice, My Bloody Valentine, Smiths) altre perché più ampia di così era difficile crearla (Louis Philippe, Candy Skins, Stray Trolley, Perfect Disasters, Moss Poles, Jane From Occupied Europe), ma nonostante non sia la prima antologia che raccoglie i frutti più vivi di quegli anni, “Scared to Get Happy” gode di una splendida impaginazione che la rende molto più ricca delle precedenti non solo a livello di numero.

Una raccolta fondamentale per qualsiasi collezionista; una summa di un periodo incredibile ed alla base di tutto quello che oggi viene considerato “indie”; un punto di partenza per chiunque voglia approfondire il genere; un punto di passaggio per chiunque lo conosca già bene ma volesse rituffarvici. Don’t be scared to get happy.

16/07/2013

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