Questa volta il nome di Elliott Smith viene rispolverato per una giusta causa. Meglio: per il 10% si tratta di una giusta causa, dato che questo è il compenso che verrà devoluto all’associazione benefica “Free Arts For Abused Children”. Per il resto ci ritroviamo come sempre a discutere di un tribute album con tutto il chiacchiericcio e lo snobismo che ne deriva. E’ un operazione pianificata per mantenere acceso lo spotlight sul cantautore americano? Probabile. E’ il ringraziamento di una città verso il novello eroe post-mortem della scena indie-rock? Sicuramente. E’ un rito da officiare periodicamente in memoria dell’amico scomparso? Forse.
"To: Elliott / From: Portland" è tutto questo e poco altro. Rintracciare qui qualcosa di nuovo, di nascosto o di sottovalutato in passato non era nostra intenzione, né riscoprire una scena musicale tanto viva come quella di Portland, dato che i nomi che girano sono ormai del tutto sdoganati e ai più conosciuti (con qualche eccezione). L’ascolto diventa quindi un’occasione per riprendere in mano la produzione musicale di Elliott Smith per via di quell’insano gioco del “quanto si discosta la cover dall’originale”. E’ tutta una scusa, insomma, per riascoltarsi da “Roman Candle” a “From A Basement On The Hill” tutti dischi del cantautore americano, perché, in fondo, a quel rito pagano di cui si diceva all’inizio siamo affezionati.
Come noi, anche chi ha partecipato attivamente al progetto (artisti, fidanzata, l’amico-produttore) si è dovuto scontrare/rapportare con l’elevata statura artistica raggiunta da Elliott Smith, passato da semisconosciuto songwriter sfigato a incontrastato punto di riferimento per chi, oggi, voglia fare indie-pop e dintorni. A questo incontro/scontro i gruppi partecipanti avevano due strade: o riproporre paro paro ogni singola nota o aggiungere del proprio all’intelaiatura originale. La solita banalità che ci si racconta per ogni tribute album, ci siamo capiti.
Purtroppo le band che si sono fatte intimorire dall’ombra di Elliott Smith sono tante, troppe. Per fortuna le eccezioni, poche, non disperdono l’interesse per questa compilation, acquisto tuttavia consigliato solo ai fan. La prima eccezione è piazzata all’inizio: la canzone è "Clementine", loro sono i Decemberists. Non occore presentazione per nessuna delle due cose, ma necessita stima e plauso la loro operazione restyling perpetrata da quel Colin Meloy ormai insaziabile produttore di musica a ciclo continuo. La nuova "Clementine" splende di luce propria, acustica e delicata, con l’armonica a rendere tutto più americano e il crepitio del fuoco ad accompagnare dall’inizio alla fine – chiudiamo gli occhi e immaginiamoci su una spiaggia, falò davanti, e qualcuno che strimpella la campfire song di turno.
Promossi anche i Thermals con il loro incalzante folk-pop e Jeff Trott (ma "Wouldn’t Mama Be Proud" è canzone difficile da imbruttire); ottimi i We Are Telephone con una straordinaria versione deathcabforcutie di "Division Day", i To Live & Die In L.A. con il loro emo-tutto e l’indietronica dei Crosstide. Il lavoro riesce a metà per gli Helio Sequence e per i Dolorean che propongono una "The Biggest Lie" in salsa Lemonheads. Bocciati invece chi si è limitato a imitare il maestro: che senso hanno le interpretazioni dei vari Swords e Sexton Blake?
08/04/2006
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