The Incredible String Band

The Hangman's Beautiful Daughter

1968 (Elektra) | psych-folk

Provate a chiedere a un certo Robert Plant cosa ne pensa della Incredible String Band. Scoperchierete il proverbiale vaso di Pandora. Al posto dei mali del mondo, vi immergerete, però, in un amalgama fatto di amore, passione, devozione, attestazioni di stima e quant'altro, al punto che lo stesso frontman dei Led Zeppelin ha dichiarato che la direzione scelta per il primo album della band deve molto alla peculiare formula espressiva sviluppata dalla band scozzese. Se quello di Plant è l'appoggio esterno di maggior rilievo alla memoria della leggendaria formazione folk, la magia che questa ha saputo sprigionare è riuscita a riverberarsi nell'operato di molteplici artisti e gruppi, che hanno continuato a ravvivare la fiamma di un'ispirazione purissima, capace di trascendere il suo contesto di partenza per immaginare mondi nuovi, storie straordinarie, accostamenti impensati.
Il frutto più celebrato di un sodalizio artistico che ha rivoluzionato i parametri del folk anglosassone, “The Hangman's Beautiful Daughter”, è opera maestosa, un monumento alla fantasia, all'unione di Occidente e Oriente, alla tradizione vista non come patrimonio museale da tutelare contro le aggressioni esterne, bensì come materia viva, pulsante, da aggiornare e trasformare all'occorrenza. Un crogiolo dei miracoli, dopo il quale niente è stato più come prima. E probabilmente, nemmeno i suoi artefici avevano ben chiaro cosa quel calderone avrebbe tirato fuori.

Di certo non lo avevano chiaro nel 1965, quando Robin Williamson e Clive Palmer, dopo anni di gavetta nei folk-club di Edimburgo, decidono di assoldare un terzo membro alla causa, per rendere più rotondo un sound partito dal ricalcare gli stilemi del bluegrass americano e del folk scozzese. È un'esperienza fruttuosa, che consente al duo di incrociare il proprio percorso con quello di figure poi diventate leggendarie (Archie Fischer e Bert Jansch nel novero), che però mostra presto i suoi limiti, sia sotto un profilo prettamente sonoro sia sotto un aspetto geografico, limitato ai confini della città scozzese. L'ingresso in formazione di Mike Heron (già coinvolto in diverse band dall'eterogeneo profilo stilistico) scompagina letteralmente le carte in tavola; inizialmente assoldato come semplice esecutore dedito all'accompagnamento ritmico, si rivelerà essenziale per le sorti del gruppo, al punto da deviarne totalmente l'indirizzo e l'attitudine, ma anche gli equilibri stessi.
È un menage-à-trois che ha vita breve, quella necessaria a far sì che il terzetto, nel frattempo relocatosi a Glasgow, possa essere notato da Joe Boyd (sistematosi nel Regno Unito per coordinare l'apertura e i lavori della sede britannica della Elektra Records) e ottenere il tanto atteso contratto discografico, con cui finalmente dare una svolta al proprio percorso. Battezzatisi come Incredible String Band (probabile ispirazione il nome del locale gestito da Clive Palmer per qualche mese, il “Clive's Incredible Folk Club”), i tre propongono al produttore una demo che accanto alle consuete riletture di standard da ambo i lati dell'Atlantico include anche qualche brano originale. Quanto basta, perché Boyd ne risulti impressionato e affretti la realizzazione di un disco vero e proprio.

“The Incredible String Band” esce nel 1966 e vede il trio allontanarsi pressoché del tutto dalle riletture di brani della tradizione, proponendo materiale quasi totalmente autografo. Più semplice e spontanea rispetto alle prove successive, la musica contenuta nel primo album vede comunque il terzetto inserirsi con carattere e grinta nel dibattito folk revival che interessava il Regno Unito nel periodo, mettendo in luce la carica ruspante delle interpretazioni e l'eccellente caratura esecutiva, che ben si divide tra pezzi a tre, passi a due e momenti solisti. Soprattutto, mette in chiaro sin da subito la quasi esclusiva ripartizione del processo creativo tra il nuovo arrivato Heron e Williamson, con Palmer a scrivere un solo brano e co-arrangiarne un altro.
È una situazione indubbiamente tesa, per quanto carica dal punto di vista creativo, destinata però a risolversi in brevissimo tempo. Il trio, infatti, si scioglierà di lì a breve, con Palmer che seguirà le carovane hippie alla volta dell'Afghanistan e Williamson che si sposterà in Marocco, interessato ad approfondire il ricco patrimonio culturale della regione. Heron sarà l'unico a restare in madrepatria, prestando il suo talento ad altre band locali. È una breve pausa di riflessione, poiché il suo vecchio sodale, di ritorno dall'Africa (povero in canna ma provvisto di svariati strumenti musicali locali, in puro stile etnomusigrafico) decida di riprendere la conversazione interrottasi pochi mesi prima e rimettere in pista l'incredibile firma del folk britannico.

Quello che ormai è diventato un vero e proprio duo (e che costituirà lo zoccolo duro del gruppo negli anni a venire) si affaccia nell'affollatissimo 1967 forte di esperienze del tutto singolari (i ritiri spirituali in Asia e Africa prenderanno il via in maniera decisa poco dopo) e con un bagaglio conoscitivo di raro eclettismo. Un mix di talenti, che Boyd non tarderà a far fruttare, accelerando il processo di registrazione del secondo album: accompagnata da un titolo evocativo e altisonante al tempo stesso quale “The 5000 Spirits Or The Layers Of The Onion”, la Incredible String Band avanza ad ampie falcate verso la definizione di uno stile totalmente personale, legato a doppio filo alla tradizione popolare anglosassone ma ampiamente volto verso altri orizzonti, disposto a lasciar correre l'immaginazione a briglia sciolta. Riflesso delle nuove consapevolezze acquisite dai due musicisti (lo stesso Heron, in assenza di Williamson, aveva cominciato ad approfondire la conoscenza col sitar), il nuovo disco del duo, nel mentre spostatosi a Londra, è opera che scavalca gli steccati della canzone folk, che individua un nuovo dinamismo, un brio completamente inusitato, riflesso della stagione psichedelica allora nel pieno della sua fioritura.

Forte di un organico di collaboratori che includeva tra gli altri Danny Thompson dei Pentangle al basso doppio, Nazir Jairazbhoy al sitar (suonatore nativo dello strumento che già poneva la ricerca della ISB ben oltre i coevi esperimenti di Beatles e Rolling Stones) e la fidanzata di Williamson, Christina “Licorice” McKechnie, ai cori, il disco è lavoro pungente e curioso, variegatissimo nella strumentazione (mandolino e gimbri tra gli strumenti impiegati) e dal melodismo vispo, sorprendente, che non esita a mutare forma nell'arco di pochi minuti (“The Mad Hatter's Song”) o a effettuare ipotetici giri del mondo nello spigliato formato compositivo coniato dalla band.
Con instant-classic del settore quali “First Girl I Loved” (ripetutamente utilizzata come pretesto per delle cover) e “The Hedgehog's Song”, l'album consente alla Incredible String Band di travalicare i confini del suo ambito e raggiungere un pubblico considerevolmente più ampio (numero uno nella folk-chart britannica), accattivandosi le grazie della critica e delle radio, tra cui quella in cui operava un certo John Peel, che non tarderà a diffonderne la musica attraverso i suoi canali. Lo stesso Paul McCartney avrà da spendere parole più che positive per il lavoro, definendolo il suo disco preferito per il 1967. Tutto, insomma, era perfettamente predisposto perché la Incredible String Band compiesse il gran balzo ed entrasse di peso nell'immaginario popolare. I due non avevano certo intenzione di farsi cogliere impreparati...

E impreparati non lo saranno affatto. In maniera analoga al balzo in avanti compiuto tra il primo e il secondo album, alla volta del terzo full-length il duo britannico, affiancato nel mentre dalle rispettive compagne (la già menzionata Licorice McKechnie e Rose Simpson, in veste di vocalist e strumentiste), effettua un ulteriore salto quantico, non soltanto nei termini di una maggiore consapevolezza produttiva, ma anche e soprattutto nella portata del dato lirico, nell'elevazione di una scrittura mai così ricca e sapiente. Registrato al chiudersi del 1967 e pubblicato nel marzo dell'anno successivo, “The Hangman's Beautiful Daughter” è il coronamento di un biennio di ricerche e nuovi approcci, l'effettivo conseguimento di un'impronta personale, capace di dialogare ad armi pari con la più stringente contemporaneità e allo stesso tempo slegarsene, in virtù di un'aura che trasporta le canzoni in uno spazio fuori dal tempo. E se l'iconica copertina, con i quattro membri della band, amici e figli di amici conciati come una stravagante combriccola di ladruncoli medievali, sta a indicare qualcosa, è che tale atemporalità è stata ricercata con grande studio.

Con Williamson e Heron a spartirsi nuovamente l'aspetto creativo dividendolo tra loro in maniera netta (per quanto organica alla realizzazione di un progetto unitario), il disco si incentra sulla costruzione di un'architettura che fornisca tutto lo spazio necessario al corposo patrimonio etnografico accumulato dai due, alla luce delle novità produttive e dei linguaggi della tradizione britannica, qui rivoltata con un senso di libertà che non ha precedenti. Laddove quindi le precedenti prove amplificavano le potenzialità insite in una comunicazione comunque legata a parametri espressivi consolidati nei secoli, in “The Hangman's Beautiful Daughter” il discorso parte da una prospettiva inversa, iniettando dosi di folklore anglosassone all'interno di un palcoscenico fittamente popolato, che si trasla tanto verso la linearità della melodia pop quanto verso forme più libere, spesso al confine con le suite progressive. È una dimostrazione di grandeur e potere creativo, capace di intercettare le innovazioni produttive e di registrazione del periodo (le tecniche in multi-traccia in primo luogo) e piegarle ai propri disegni, esaltando tutta la complessità di un progetto che interseca culture, attitudini e stati della percezione in un mix fiabesco e bizzarro, tutto fuorché ordinario.

Attacca “Koeeoaddi There” e risulta immediatamente palese come il nome prescelto per se stessa dalla band non tradisca minimamente le attese: in un continuo avvicendarsi di sezioni melodiche sempre diverse tra loro, in cui chitarre, organetti, sitar, mbira e scacciapensieri descrivono precisi frangenti del brano, un autentico incantesimo in cui il fuoco dell'infanzia, la sacralità degli elementi naturi e giochi di parole si susseguono senza alcuna logica interna, con la coerenza sfilacciata di un sogno. E come nei sogni, la palette stilistica si espande a dismisura, rievoca con grande competenza l'andamento ciondolante della composizione araba, la forza ruspante del country, la carica innodica del folk britannico, qui richiamata con autentico trasporto corale.
“The Minotaur's Song” amplifica ulteriormente questo aspetto, in un gioco di chiamate e risposte che trascina l'effervescente progressione da varietà ante-guerra in un una frizzante parodia che capovolge la narrazione solitamente associata al mitico figlio di Pasife, rendendolo il protagonista della sua vicenda. Se già il profilo lirico destabilizza, l'interpretazione non è da meno, con Williamson che calca con efficace teatralità, marcando ogni parola fino al parossismo. Una rilettura di un mito che plaude la versatilità e lo humour, perfettamente britannico, di una band che non ha timore di pescare dalle più classiche delle fonti e fornirne la propria versione, allucinata e divertita.

E se si potrebbe pensare che i momenti più brevi siano semplici interludi tesi a raccordare gli episodi più strutturati del lotto, la realtà dell'ascolto mostra come la scrittura del duo sappia ancora essere concisa e sapiente, senza per questo peccare in coraggio e ricerca. “Witches Hat” è un altro sogno lucido, giustapposizione di immagini dal tocco fiabesco, arcano, in cui la progressione della struttura rifugge comunque la circolarità della composizione folk britannica, impaccando in soli due minuti e mezzo ben tre cambi di tonalità e una giocosa coda strumentale, densa di scherzi di flauto e chitarra. “Mercy I Cry City” (una delle tre composizioni di Heron) è pura enfasi pop, contraddistinta dal refrain più esplosivo e lucido della collezione, inserito però in un arrangiamento spiritato, irrefrenabile, danza country di satiri urbani e ninfe adescatrici, un urlo contro una perdizione che sembra non voler conoscere sosta.
“The Water Song” è un'invocazione cullante, sospesa, una ninna-nanna dedicata al più sfuggente dei quattro elementi (con Judy Collins all'organo a canne a evidenziarne l'aspetto sacrale), che però non rinuncia a un inserto secco, atonale, in cui far confluire placidi flussi di acqua ai venti caldi del Sahara. “Nightfall” è la palpitante conclusione di un'opera indimenticabile, il tanto auspicato abbandono dei sensi che si traduce in una ballata leggera, levigata, intrisa di intensi profumi d'Oriente, attraverso cui inebriare il ricordo.

È però con “A Very Cellular Song” che le aspirazioni della Incredible String Band trovano pieno sfogo, sviluppando in tredici minuti un'intera teoria musicale, inserita in un racconto che parte letteralmente dalle cellule (più precisamente dalle amebe) e imbastisce una riflessione sull'amore e sulla vita, contornata di canti mistici, fatture spiritiche e musica funebre, con una capacità di sintesi da fare invidia a diversi gruppi prog. Frutto di un trip come da prassi psichedelica, l'ispirazione di Heron supera ogni barriera, riesce a fare coesistere contesti tra loro impensabili, a tracciare un raccordo tematico che si muova oltre i confini della ragione, provando a ideare un'universalità impossibile. È così che la progressione, raccordata attraverso sapienti commenti di clavicembalo e inattesi collegamenti di gimbri e scacciapensieri, sa innestare nel suo flusso canti funerari della tradizione bahamense (“I Bid You Goodnight”, spiritual originariamente interpretato dalla Pinder Family, qui esasperato nei suoi tratti ripetitivi), passaggi melodici che polverizzano le distanze temporali tra il Rinascimento e il folk-revival, stralunate odi alla mitosi cellulare e infine una benedizione ricolma di speranza, tale da portare alla pacificazione dei sensi. Il fatto che quest'ultima parte sia stata scambiata come un inno sikh o un canto irlandese, quando in realtà è un pezzo autografo dello stesso Heron, la dice lunga sull'abilità che il duo ha avuto nel saper rielaborare influenze e dati provenienti dalle più disparate parti del mondo, adattandole a un linguaggio completamente nuovo, dalla straripante personalità.

Tortuoso ma mai ispido, teatrale e allo stesso tempo favolistico, il mondo incasellato nei dieci brani di “The Hangman's Beautiful Daughter” (non provate a chiedere un significato del titolo, gli stessi Heron e Williamson hanno lasciato intendere che ogni interpretazione è quella giusta) rivela la forza di una fantasia sconfinata, il potere di una musica fieramente e consapevolmente lontana da ogni linguaggio rock, ma che paradossalmente finirà con l'ispirare torme di ritrovati trovatelli della canzone più obliqua (dalla New Weird America a scendere), scavandosi un posto nella leggenda.
Forte di un ottimo successo (numero 5 nella classifica degli album britannici), l'album segnerà il pinnacolo commerciale e artistico della Incredible String Band, che chiuderà il suo anno d'oro con un doppio lavoro, “Wee Tam & The Big Huge” (inspiegabilmente diviso in due per la distribuzione statunitense), ancora più sfrontato e ardito nelle soluzioni produttive. Arriveranno poi l'apparizione a Woodstock, l'adesione a Scientology, l'accostamento al mondo del teatro e molto altro, a cementare un culto dei più solidi del folk britannico. I frammenti di magia sparsi attraverso la bella figlia del boia restano però irrimediabilmente impareggiati.

(17/11/2019)

  • Tracklist
  1. Koeeooaddi There
  2. The Minotaur's Song
  3. Witches Hat
  4. A Very Cellular Song
  5. Mercy I Cry City
  6. Waltz Of The New Moon
  7. The Water Song
  8. Three Is A Green Crown
  9. Swift As The Wind
  10. Nightfall


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