La parentesi dell’anno scorso di “Rise of the Green Gorilla”, con il
side-project Timmy’s Organism, mostrò un Timmy "Vulgar" Lampinen sempre grottesco e spavaldo ma, sostanzialmente, innocuo. Lo si aspettava, dunque, al varco di questo ennesimo dispaccio firmato
Human Eye (formazione con cui ha ottenuto, di sicuro, i risultati migliori in fatto di
freak-space-garage) per valutarne lo stato di forma.
“They Came From The Sky”, terzo album della formazione di Detroit, aggiunge poco o nulla alla loro formula, continuando, tra l’altro, a esplorare la vita intergalattica, le relazioni tra umani e alieni e tutto un immaginario che ruota intorno ai film horror, magari di serie B. Però, è innegabile l’
appeal di queste stralunate, strampalate e orgiastiche
jam in cui tutto, da un momento all’altro, può succedere, sbandando pericolosamente per poi ritrovarsi su
highway intergalattiche, sulle quali gli alieni guidano contromano e gli asteroidi sfrecciano più impazziti che mai.
L’impatto psichedelico si traduce, quindi, in una forma di visionarietà alterata (“Brain Zip (Kickin’ Back in the Electric Chair)”), entrando in rotta di collisione con i trip spaziali degli
Hawkwind (“Impregnate the Martian Queen Pt. 2”, che vanta un lavoro percussivo più accentuato, grazie all’uso delle congas) e con la sacra diade
MC5-
Stooges (l’infernale e trascinante “Junkyard Heart”). Accentua il versante più ipnotico della loro arte, invece, “The Movie Was Real” e, in parte, anche “Serpent Shadow”.
I sei minuti della conclusiva
title track condensano, invece, tutti gli ingredienti di un suono ormai maturo, capace di farsi riconoscere tra mille proprio per la sua capacità di fare del revival un’operazione di totale trasfigurazione.