Protest The Hero - Scurrilous

2011 (Vagrant)
progressive metalcore

Ce li avete in mente i Dream Theater, sì? Immaginateli più tamarri, più tatuati, e con più cambi di tempo: eccovi i Protest The Hero.

Non è un gran biglietto da visita, ne convengo. Eppure questi cinque canadesi si sono conquistati, in tre album e qualche Ep, un seguito senza paragoni nel panorama metalcore. La loro ultima creatura, "Scurrilous", è senz'altro la più entusiasmante, anche se richiede per essere apprezzata un discreto pelo sullo stomaco e - soprattutto - la messa al bando preventiva di un termine: kitsch.

Horror vacui
Chiariamoci subito: "Scurrilous" è oltre il kitsch. Virtuosismi, orpelli ritmici e sfoggi di muscoli non sono il fine del disco, ma il suo cavallo di Troia. L'impressionante assenza di vuoti è la porta d'accesso per il regno inesplorato della saturazione uditiva.
Già i primi istanti di un pezzo come "Tandem" mandano in tilt i nervi acustici. Ma non per eccesso di disordine o cacofonia. Al contrario: per la sovrabbondanza di strutture. Quanti diavolo di riff e ghirigori chitarristici ci sono, concentrati in una manciata di battute? Quale dei dieci diversi incastri basso/batteria dovrebbe essere il ritmo del pezzo? E in un'esplosione di ipertrofia melodica in cui ogni strumento - voce inclusa - sembra aver pronta ogni cinque/sei secondi una nuova linea ultra-orecchiabile, a chi mai bisognerebbe cercare di star dietro?

Cavalcare il flusso
L'impatto iniziale è stordente, ma la strategia per uscirne vivi c'è. Accettare il flusso, il cambiamento costante di cui necessariamente è impossibile controllare tutti i dettagli. Senza però abbassare la guardia o abbandonarsi al destino: si resterebbe sopraffatti dall'impetuosità della corrente. La sfida è allora cavalcarne le rapide, essere pronti a seguire di momento in momento la direzione più promettente per non farsi disarcionare.

Sono gli stessi testi a suggerire questa lettura, proiettandola però sulla vita intera. Non è un concept-album "Scurrilous", a differenza dei suoi predecessori, ma molti brani girano attorno allo stesso tema, il conflitto perenne tra destino e azione individuale.
"C'est la vie", singolo di lancio del disco, è impietosa ma lontanissima dal fatalismo: inanella istantanee di suicidi, li inquadra come attimi di vittoria della volontà sul corso degli eventi, e conclude: "Oh, what a price to pay/ to be the author of your fate". "Tapestry" insiste ancora sull'idea di "non lasciarsi vivere" e vede (forse) nella musica l'arma per imbrigliare il fiume del tempo: "But from where I sit now, on this rickety stool/ none of that shit really matters because/ This is our Versailles/ palace on the swamp".

The river of constant change
"Scurrilous" è labirintico, e si rinnova a ogni ascolto: basta per un istante scegliere di staccarsi da una linea melodica e farsi sorprendere da qualche impossibile groove batteristico per ritrovarsi in acque mai percorse prima.
Una volta sembrerà il trionfo assoluto del barocchismo, l'altra lo si troverà traboccante di fraseggi beethoveniani. Può passare da disco smodatamente emo (la voce, pur incattivita, non lascia molti dubbi) a bibbia del nuovo mathcore (i Dillinger Escape Plan sono dietro l'angolo). E non stupitevi se prima o poi vi farà pensare al melodeath degli In Flames, alle svisate jazz degli Atheist, o ai Queen, o alle peggiori baracconate di MTV.

Miracolo o pastrocchio? Come ogni fiume che si rispetti, anche "Scurrilous" segna un solco. Tra chi se ne innamorerà (o se ne è già innamorato) e chi invece lo troverà un guazzabuglio senza capo né coda. Ma non credo possiate sapere in anticipo da quale dei due lati vi getterà la corrente.
Tuffatevi.

Tracklist

  1. C'est la vie
  2. Hair-Trigger
  3. Tandem
  4. Moonlight
  5. Tapestry
  6. Dunsel
  7. The Reign of Unending Terror
  8. Termites
  9. Tongue-Splitter
  10. Sex Tapes

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