Emma Gatrill

Chapter I

2012 (Willkommen Records) | chamber folk, songwriter

Il folk inglese non cessa di mietere vittime lungo il proprio cammino, conquistando una fetta sempre più larga di giovani talenti che ne scoprono e ne rinverdiscono l'immortale bellezza, chi affiancandolo a una formula sonora screziata e a suo modo innovativa (si pensi alle folgoranti fatiche di Beth Jeans Houghton e Mary Epworth, illuminanti in tal senso), chi ripercorrendone il tracciato originario. A questa seconda categoria, che non difetta in alcun modo rispetto alla prima, va ricondotta Emma Gatrill, gentile fanciulla da Brighton già scorta tra i ranghi dei Sons Of Noel And Adrian e come musicista di supporto a Laura Marling e Rachael Dadd. Non proprio un nome qualsiasi insomma, ma un'artista che ha avuto modo di crescere e misurare le proprie potenzialità mettendole a servizio di quanto di meglio sappia offrire l'ambiente folk inglese, e che ora sbarca alla sua prima opera in solitaria, il capitolo uno (come deliziosamente lo ha definito lei stessa) di un percorso che si spera la introdurrà nel novero delle grandi cantautrici britanniche.

Fin qui, niente di nuovo sotto al sole. C'è un però, ed è grande come una casa: ciò che distingue infatti la Gatrill dalla messe di tante aspiranti muse del cantautorato sta, se non del tutto, perlopiù nello strumento che la accompagna, a cui affida i frutti della propria creatività. E questo, perché il veicolo della sua musica la allontana del tutto dallo stereotipo "ragazza voce-chitarra" (non che questo sia necessariamente un male), e la vede invece rientrare nel novero di una tradizione che nella musica popolare vanta purtroppo pochi esponenti. Emma suona l'arpa, ma il modo con cui sfrutta gli incantevoli suoni emanati dallo strumento etereo per eccellenza, la allontana tanto dalle fiabesche ambientazioni avant-folk di Joanna Newsom, quanto dal ricco vocabolario celtico della vicina Irlanda, che sulla sua variante di arpa ha edificato una sua tradizione millenaria e tutt'oggi solidissima.

Il placido e composto pizzicare delle corde suggerisce invece un utilizzo più canonico e ordinato da parte dell'artista, che sfrutta le atipiche possibilità comunicative offerte dallo strumento e le impiega per l'architettura di nove piccolissime, filiformi miniature (scaricabili direttamente dalla sua pagina Bandcamp, disponibili anche su CD), colme di quella leggerezza fatata che negli anni 60 ha lanciato personalità come Anne Briggs o Shirley Collins. Nessuna traccia di una stanca operazione nostalgia ad ogni modo: le canzoni scivolano via in un classicismo austero e suggestivo, permeato di una vena malinconica, ben alla larga da banalizzanti calligrafie. La voce, flebile sussurro boschivo e incantevole eco di sirena, disegna torniti madrigali che si ergono su con la forza di un respiro, una grazia fragile davvero merce rara di questi tempi.

Il ricercato minimalismo delle composizioni (pochissimi gli apporti strumentali esterni, tra i quali figura un flauto nella preziosa istantanea iniziale "Hold On", e una chitarra nella più canonica "Squiggles And Balloons") talvolta tende ad assottigliare le differenze e le singolarità melodiche di ciascuna canzone, che si avvicendano una dopo l'altra in un flusso onirico, quasi intangibile. La bucolica e sommessa psichedelia di "The Birds", seguita dalla misurata partitura cameristica di "Jobe" (che strizza un occhiolino ai Mi And L'Au dei tempi di "Good Morning, Jokers") lasciano però intravedere un potenziale latente che, se convogliato verso la giusta direzione, potrebbe permettere alla Nostra la realizzazione di un lavoro davvero importante. Per adesso, è sufficiente lasciarsi trasportare dai suadenti quadretti di una più che brillante promessa.

(10/09/2012)

  • Tracklist
  1. Hold On
  2. Twisted Threads
  3. Josephine
  4. The Birds
  5. Black Dog
  6. Jobe
  7. Soul Lovers
  8. Squiggles And Balloons
  9. Where The Wind Blows
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