Gaz Coombes

Here Come The Bombs

2012 (Hot Fruit Records) | alt-pop

Dai Supergrass a SuperGaz, il cambio stagionale che diventa cruccio, uno di quelli che potrebbero irritare i più snob ma anche passare sonoramente inascoltati. A tre lustri dalla prima apparizione si possono tirare le classiche somme: Coombes è una persona apparentemente simpatica, dotata nella scrittura, riconoscibile sin dalla prima nota emessa da un'ugola sempre unica, eppure gira e rigira non ha saputo imprimere la propria vis tragicomica nell'immaginario collettivo. Poco male, anche perché probabilmente non gliene frega nulla.

Dopo il debutto dai sapori infantili e alcuni preziosismi seguenti sparsi qui e là dall'andamento tardo-adolescenziale ha infatti virato definitivamente su un pop autoriale, dai risvolti spesso bui, volentieri malinconici, dagli orizzonti di ampie vedute, alternando ballate oniriche, polverose e giustamente ambiziose (si ritiri fuori senza tante remore lo splendido "Road To Rouen") a spruzzate di bubblegum pop contagioso ma anche confuso (non si consideri un affronto tenere ben conservato in solaio, lontano dagli sguardi, il dimenticato epitaffio supergrassiano). E così, dopo aver condiviso le prime sorti del britpop per poi alimentare quelle della musica popolare in toto, gli ci sono voluti quattro anni per decidersi e mettere su casa da solo. Dapprima un cover album, sorta di traghetto da soggiornare ancora in compagnia, poi il salto nel buio dipinto di rosso. Nessuna contaminazione politica, per carità, piuttosto un'associazione cromatica per sottolineare voglia, forza, energia e sicurezza.

Alla soglia dei quarant'anni, Gaz, che ha (beato lui) bisogno della lente d'ingrandimento per scoprire qualche capello bianco, conferma una verve sconosciuta ai più, mescolando con sagacia gioie e mancamenti, risate e melodrammi, con la sempreverde capacità di far sobbalzare l'ascoltatore dal nulla, di far accapponare la pelle, di creare sussulti e pure lacrimoni. Talvolta bastano pochi secondi, un ticchettio di percussioni, due-tre note di synth, un'atmosfera sospesa, l'attesa che si apre come un sipario improvviso, la voce che si arrampica, indolente, trascinata, perfettamente intonata, una sequenza leggiadra, leggera eppure incisiva... here come the bombs... una frazione che fa storia, almeno per chi è disposto a voltare pagina e iniziare un nuovo capitolo. E poi? Poi si assiste a una diligente condotta, mai industriale però, tra le chitarre psycho sixties di "Hot Fruit" e le chitarre solo sixties di "Whore" e "Simulator", tra le quali emerge una delle maschere preferite di Gaz, lo scatenato bambino in bicicletta che impenna e fa boccacce, che non importuna ma che anzi diverte.

E ancora, stravaganti ballate simil-piovose come "Sub Divider" che diventano palestre in cui allenarsi a mosse inusuali, quasi una suite mignon con ritmo sottostante quasi frenetico e andatura lenta e strascicata, mentre tutt'intorno spuntano uno a uno strumenti, rumori e soluzioni diverse e la velocità cresce. Voglia di osare, di spingersi un po' più in là senza ferire la primigenia idea della pop song, doti di equilibrismo mica da ridere palesate in "Universal Cinema", pantagruelico dosaggio di ricette talmente opposte da combaciare perfettamente, in un ricorrersi di silenzi, rumori, baccani, frastuoni e bocche cucite. Da un momento all'altro si può passare dal prevedibile, ma assai godibile, omaggio alla giovanile era trascorsa tra Top Of The Pops e Nme di "White Noise" a un omaggio imprevisto alla recente corrente hypnagogica di "Fanfare", passando per un dipinto elettronico di una spiaggia mattiniera di "Daydream On A Street Corner" alla ninna nanna cullante di "Sleeping Giant", presumibile omaggio al riposo del protagonista. Che se l'è pure meritato.

(04/06/2012)

  • Tracklist
  1. Bombs
  2. Hot Fruit
  3. Whore
  4. Sub Divider
  5. Universal Cinema
  6. Simulator
  7. White Noise
  8. Fanfare
  9. Break The Silence
  10. Daydream On A Street Corner
  11. Sleeping Giant
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