Mars Volta

Noctourniquet

2012 (Warner Bros.)
progressive, art-rock

Era impossibile fare peggio di "Octahedron" e, infatti, i Mars Volta non ci riescono. Pur ripartendo, per certi versi, da quel disco deludente, la band riesce infatti a definire finalmente i caratteri del nuovo corso, mescolando orecchiabilità e spigolosità in parti uguali.
Sostituito il batterista David Elitch con il vecchio "amico" Deantoni Parks, i due leader Omar Rodriguez-Lopez e Cedric Bixler-Zavala rialzano, dunque, la testa mostrandosi desiderosi di sperimentare nuovi percorsi sonori, confezionando l'ennesimo florilegio di apoteosi e tonfi repentini, incapaci, come sempre, di essere banali e prevedibili.

Per questa nuova fatica, Cedric si è divertito a coniare il termine "future punk" e ci potrebbe anche stare, se soltanto si riuscisse a non pensare alla visceralità brada di quel genere settantasettino e alla sua primigenia distanza dalle complesse elucubrazioni del prog. Eppure i Mars Volta sono quello che sono anche e, soprattutto, per gli accostamenti arditi, per la voglia di rischiare senza starci troppo a pensare. Un disco capolavoro come "Frances The Mute", per dire, continua a dividere ferocemente, proprio perché lavora su soluzioni temerarie, spesso anche volutamente pretenziose.
Insomma, "Noctourniquet" non nega ciò che la band è stata, passa solo a un nuovo livello.

Le ritmiche angolari e le bordate di synth di "The Whip Hand" aprono dunque le danze, catapultandoci in uno scenario futuristico (per l'appunto...), mantenuto intatto anche da numeri quali "Lapochka", "Dyslexicon" (in cui l'elettronica dissimula rabbia, imponendo la sua carica visionaria), dalle astrazioni psichedeliche di "In Absentia" e dalla stessa title track, emblema del continuo bilanciamento tra la stratosfera dell'ambizione e la terraferma di un melodismo di maniera (la loro).
A colpire è soprattutto la volontà di Cedric di ampliare/ridefinire il ruolo della sua voce: una voce sempre duttile, ma qui decisamente più "soffice", controllata, insomma "matura", anche se non esente da quei guizzi in falsetto che qualche volta suonano un po' fuori luogo. Lo si ascolti in ballate dell'iperspazio come "Empty Vessels Make The Loudest Sound", "Vedamalady" (la cui introduzione fa pensare a quella di "Baba O'Riley" degli Who) o in quell'ottima commistione di fantasmi reggae e ombre post-punk che è "The Malkin Jewel" e si avrà intatto il senso complessivo dell'operazione, in bilico tra ammaliante, malinconico romanticismo e accenti camaleontici.

Nella seconda parte del disco, soprattutto nel finale, l'ispirazione va scemando (con picchi negativi quali, ad esempio, "Trinkets Pale Of Moon" o quantomeno confusionari, come "Zed And Two Naughts") tra tanto mestiere e poca carne al fuoco.
Poco male: l'importante è che siano ancora qui, "vivi".





The Malkin Jewel

16/03/2012

Tracklist

  1. The Whip Hand
  2. Aegis
  3. Dyslexicon
  4. Empty Vessels Make The Loudest Sound
  5. The Malkin Jewel
  6. Lapochka
  7. In Absentia
  8. Imago
  9. Molochwalker
  10. Trinkets Pale Of Moon
  11. Vedamalady
  12. Noctourniquet
  13. Zed And Two Naughts