Santigold

Master Of My Make-Believe

2012 (Atlantic Records) | alt-rock, urban-pop

Pubblicare il secondo album a quattro anni di distanza dal debutto è un po' come esordire di nuovo. Lo è soprattutto se durante questi anni il tuo nome (che nel frattempo, per motivi di copyright, è stato persino mutato da Santogold a Santigold) non è riuscito ad andare oltre il culto da parte di pochi, nonostante il plauso della critica e alcune collaborazioni prestigiose, e a superare l'ingombrante etichetta di essere "quella che sembrava M.I.A.".

Il paragone con la collega e amica sarà inevitabile anche stavolta (e magari vantaggioso, visto che le quotazioni della rapper cingalese sono nuovamente in ascesa) ma solo per via di una manciata di pezzi che ripropongono la collaudata miscela a base di grime e urban-pop, quali l'incisiva "Fame", battito deciso e faraglioni synth prodotti da Sitek dei Tv On The Radio, e i due brani posti in chiusura, la fin troppo scheletrica "Look At These Hoes" e la già nota, ma non troppo apprezzata, "Big Mouth", freneticamente tribale.
Brani che sembrano tuttavia un'eccezione (non sempre del tutto convincente, tra l'altro), un diversivo allo scopo stilistico di questo "Master Of My Make-Believe", un album che riesce a fondere in modo omogeneo e in un unico (e personalissimo) genere le varie influenze che si respiravano nell'(ormai quasi) omonimo debutto, ma che allora rimanevano ancora ben distinte e non del tutto amalgamate: l'amore per la new wave e il synth-pop anni 80, lo ska tinto di pop caro ai No Doubt e l'hip-hop imbastardito da etnicismi e distorsioni elettroniche.

Bersaglio centrato da questo punto di vista, l'amalgama sonoro che ne scaturisce (e che non dispiacerebbe a Twin Shadow) convince e riesce a mantenere alta l'attenzione, soprattutto se supportato da canzoni memorabili come il bellissimo singolo "Disparate Youth" - melodia dolente e intarsiata con nevrosi chitarristiche - e la cavalcata di denucia "The Keepers", che vanta il ritornello pop più memorabile della collezione e non fa rimpiangere troppo quello di "L.E.S. Artistes", il pezzo che ce l'aveva fatta conoscere anni fa.
Anche quando Santigold abbandona il suo tipico flow scazzato per dedicarsi a un'interpretazione più delicata e armoniosa, vagamente simile a quella di Lykke Li, riesce a tirar fuori dal cappello due numeri affascinanti come "This Isn't Our Parade" (Tracy Chapman in versione cibernetica?) e le atmosfere primitive di "The Riot's Gone", un lento che rifugge la prevedibilità, pur nella breve durata, grazie alla sua mutevolezza melodica.

Tuttavia, la voglia di stupire e di distinguersi che pervade l'ascolto dell'album potrebbe essere anche il suo tallone d'Achille. Tra alti (l'incedere minaccioso della filastrocca iniziale "GO!", in compagnia di Karen O degli Yeah Yeah Yeahs, e il tetro mantra di "God From The Machine") e bassi, comunque mai deplorevoli, come lo sgangherato hip-pop di "Freak Like Me" e il dub (volutamente?) paludoso di "Pirate In The Water" (in cui i fidati Diplo e Switch stavolta si limitano a fare il compitino), si avverte la sensazione che sia stata data, forse, troppa importanza all'involucro. Il rischio è che anche stavolta Santigold e la sua musica risultino nel complesso più interessanti che amabili.

Insomma, lo stile è ormai ben consolidato, il talento pure e la fantasia non manca di certo. La cantante di Philadelphia dovrebbe solo provare a essere un po' più viscerale e a lavorare meno d'intelletto - forse una gestazione meno lunga ed elaborata avrebbe giovato e reso il tutto meno meccanico. La speranza è di non dover attendere altri quattro anni per il prossimo capitolo, perché personaggi del genere sarebbe sempre meglio vederli (e ascoltarli) in giro più spesso.

(25/04/2012)



  • Tracklist
  1. GO! (featuring Karen O
  2. Disparate Youth
  3. God From The Machine
  4. Fame
  5. Freak Like Me
  6. This Isn't Our Parade
  7. The Riot's Gone
  8. Pirate In The Water
  9. The Keepers
  10. Look At These Hoes
  11. Big Mouth
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