Stan Ridgway

Mr. Trouble

2012 (A440) | songwriter

“Is there anybody out there?”. E' assai buffo che il nuovo disco dell'ex-leader dei Wall Of Woodoo inizi proprio con queste parole. Beffardo. Specie se si contano i tripli salti mortali fatti per trovarne notizia in rete. Wikipedia a stento lo cita, Pitchfork non lo annovera neanche, stesso discorso vale per l'arcinoto Piero Scaruffi, che si arena al 2004 (“Snakebite”, redFLY Records) e perde per strada  altri quattro titoli prima di “Mr. Trouble”... E così via.
Basterebbe invece sentire questo verso, tratto dall'iniziale “The Drowning Man”, il timbro con cui è intonato, confidenziale e pulito, sottolineato da un accordo di violino che resterebbe in testa anche a un trapassato, per rendersi conto della statura della persona e del disco.

Verrebbe in mente il ritorno di Leonard Cohen con le sue vecchie idee, ma non è così (semplice). Basta che inizi “All Too Much”, rhythm'n'blues col botto e con cortesi accenni alla scuola acid, per rendersi conto che non abbiamo a che fare con un semplice crooner di ripiego sulle orme del canadese volante. Sarebbe troppo facile.
E allora ecco arrivare Il Passato, con tutte le maiuscole del caso. Il Frank Sinatra più notturno e speziato negli arrangiamenti dei fiati; quello per intenderci del superlativo “In The Wee Small Hours” (Capitol, 1955). Vivissimo nei quasi cinque minuti dell'intima “Across The Border”. La famosa classe che non è acqua, si potrebbe giustamente dire a questo punto.

“Mr Trouble” è il migliore ritorno di Stan Ridgway che ci si potesse aspettare. Soprattutto dopo i giri un po' a vuoto dei precedenti due dischi. Messa da parte la bislacca idea di dover scimmiottare a tutti i costi Bob Dylan o Johnny Cash per avere una credibilità da cantautore, il polistrumentista statunitense ha deciso di ricominciare a splendere di luce propria.
Non che “Neon Mirage” (2010, A440) o il già citato “Snakebite” fossero dei brutti dischi, tuttavia all'ascolto traspariva con fredda chiarezza quanto il cinquantottenne Ridgway volesse nascondersi: dietro i suoi miti di sempre, dietro facili soluzioni ammeregane, ma in special modo dietro l'idea che c'eravamo fatti un po' tutti di lui e dietro l'idea che lui credeva gli altri si fossero fatti. Intrappolato. Perso nel personaggio.

Oggi l'evoluzione è invece tutta alla rovescia: sei pezzi nuovi e quattro registrati dal vivo nel novembre 2010 con una band di tutto rispetto (dove spicca anche la funambolica mogliettina Pietra Wextun). Si potrebbe dire un trait d'union tra ciò che fu e ciò che è. 
Ciò che è stato sono quattro canzoni (“Afghan Forkfit”, “Turn The Blind Eye”, “Stranded” e “Camouflage”) arrangiate dignitosamente in versione semi-acustica ma che, quasi certamente, daranno l'idea a molti di una trovata banalotta per smerciare come full-length un pur ottimo Ep.
Ciò che ora c'è e prima non c'era è soprattutto il contrabbasso che swinga pastoso tra spennate di chitarre in “Gone Deep Underground”. Fantastico per un eventuale remake di “Natural Born Killers”.

L'unica concessione al passato è la title track: “Mr. Trouble” riprende quel western-folk che fu straripante sul precedente lavoro ma lo butta su lidi a-là Tom Waits per gioco.
Unico pronostico per il futuro, “We Never Close”: tre minuti e mezzo dove il rincorrersi libero e sognante di tastierine e xilofoni lasciano presagire quando, o prima o poi, Stan ci delizierà tutti con un disco sparato a cinque miglia sull'orbita terrestre, neanche fosse Ben Chasny o Syd Barrett, e allora noi non potremo che ringraziarlo vivamente.

(08/11/2012)

  • Tracklist
  1. The Drowning Man
  2. All Too Much 
  3. Across the Border
  4. Mr. Trouble
  5. Gone Deep Underground 
  6. We Never Close
  7. Afghan Forklift (Live)
  8. Turn a Blind Eye (Live)
  9. Stranded (Live)
  10. Camouflage (Live) 


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