The Weather Machine

Mr. Pelton’s Weather Machine

2012 (Old Jupiter) | songwriter, anti-folk

Un misterioso marchingegno capace di dominare i capricci del meteo: nel campus della Willamette University di Salem (una delle più antiche di tutto l’Ovest americano) la leggenda vuole che il vecchio rettore dell’ateneo, Lee Pelton, abbia inventato uno strumento in grado di sconfiggere anche le piogge dell’Oregon. Ovviamente funziona solo con un codice segreto, tramandato da Mr. Pelton in persona ai suoi più stretti accoliti.
Quale nome migliore per il progetto artistico di un ex-studente della Willamette University? Deve avere pensato così il songwriter di Portland Slater Smith, quando ha scelto di battezzarsi The Weather Machine. Forse perché le sue canzoni aspirano a funzionare un po’ come l’immaginifica invenzione del rettore Pelton: decise a portare un raggio di sole anche nel grigiore della giornata più uggiosa.

La ritmica secca e sbilenca, il tocco del violoncello a delineare i contorni e un timbro alla Josh Ritter a condurre la melodia: “The Wonder Show” definisce subito le coordinate delle canzoni firmate The Weather Machine. Canzoni da coffee house, percorse da un romanticismo arguto e da una vena di sarcasmo, con il tono colloquiale di un menestrello anti-folk. Un repertorio di ballate in punta di arpeggi, da “Force Field” a “Annie Caught A Plane”, che coniuga l’ironia di Brendan Hines con la schiettezza di Kristian Matsson.
“La maggior parte delle canzoni del disco sono state scritte nel mio scantinato di Portland”, racconta Smith. “Ero single, era estate ed ero impaziente di iniziare un nuovo capitolo della mia vita”. Il copione perfetto del songwriter autodidatta, insomma. “Si potrebbe dire che è un album leggero”, aggiunge. “Ma non a buon mercato. Qualcosa che la gente può trovare onesto”.

“Mr. Pelton’s Weather Machine” è insomma un affare soprattutto individuale: c’è il violoncello di Matthew Cartmill che accompagna il passo di danza di “Lilium”; c’è la batteria del fratello di Smith, Tanner, che trasforma in un valzer traballante la spoglia “Slow Dance Slow”; c’è la mano di Travis Ehrenstrom che si occupa della produzione. Ma è intorno alla voce e alla chitarra di Smith che si incentra il cuore delle canzoni.
I toni si fanno appena più ruvidi in “Leviathans Get Lonely”, che Smith (da bravo laureato in scienze politiche) presenta come una sorta di ode al movimento Occupy, concedendosi qualche increspatura vagamente dylaniana.

A prevalere, però, sono le pagine di diario dal tono più personale. Per usare le parole di Smith, “come in qualsiasi romanzo o in qualsiasi film sono i buchi nella trama che rendono la storia interessante per chi la ascolta”. I suoi versi preferiscono così le istantanee alla linearità della narrazione.
“Le canzoni sono creature strane”, riflette. “Creano emozioni dal nulla e vivono solo finché chi le ascolta interagisce con loro. Quando scrivo una canzone mi trovo spesso a cercare di sorridere anche delle cose tristi. E so di avere realizzato una buona canzone solo quando mi scopro a ridere mentre la scrivo”. Le nubi si dissipano in un sorriso color pastello: il segreto della macchina di Mr. Pelton è finito in buone mani.

(25/12/2012)

  • Tracklist
  1. The Wonder Show
  2. Force Field
  3. As Long As We Get Along
  4. Rooftop Interlude
  5. Lilium
  6. Annie Caught A Plane
  7. Leviathans Get Lonely
  8. Estranged
  9. Back O'er Oregon
  10. Slow Dance Slow
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