The Brendan Hines

The Brendan Hines

Istantanee da un film non scritto

intervista di Gabriele Benzing

Ha cominciato a scrivere canzoni in un appartamento di New York, ma è nella solitudine dei cinema di Los Angeles che ha imparato il mestiere di songwriter. Brendan Hines si considera prima di tutto un attore, ma il suo talento musicale l’aveva già mostrato ancor prima di farsi conoscere con la serie tv “Lie To Me”. Il suo album d’esordio, “Good For You Know Who”, risale ormai al 2008. Ora Hines ci presenta il suo secondo lavoro, “Small Mistakes”: una raccolta di canzoni intima ed essenziale, che rivela il lato più riflessivo di Hines – e la sua personale versione di maturità.

 

Parliamo degli inizi della tua carriera. Quale decisione è arrivata prima: diventa un attore o diventare un musicista?

Non ho mai preso consciamente questa decisione. Ho cominciato a suonare il trombone alle medie. Ho cominciato a recitare alle superiori, perché era l’unico modo che avevo di stare insieme alle ragazze.

Ma quando sono arrivato a quel punto in cui cominci a pensare a come passerai la maggior parte della vita e a come pensi di guadagnarti da vivere, mi sono indirizzato automaticamente alla recitazione, perché sentivo che era quello in cui riuscivo meglio. Ho lasciato Baltimora per New York, ho recitato in dozzine e dozzine di spettacoli e ho fatto ogni sorta di squallido lavoro temporaneo, perché di certo con quegli spettacoli non potevo pagare l’affitto. Ma non ho mai pensato di fare qualcos’altro. Era la cosa più vicina a un talento che avessi. Più o meno è ancora così.

Così, quando finalmente ho avuto il mio primo vero lavoro come attore (un terribile, terribile film indie intitolato “Ordinary Sinner”, non noleggiatelo) ho sperperato i quasi 2.500 dollari che avevo guadagnato restando senza lavorare per tre o quattro mesi buoni e standomene seduto nel mio appartamento, fondamentalmente a cercare di diventare più bravo a suonare la chitarra e a imparare il fingerpicking bevendo e osservando il mio amico Tyler, che è un grande chitarrista. Ha funzionato, sono diventato molto più bravo, ho finito i soldi e non ho mai più avuto un altro lavoro pagato come attore per il resto del tempo che ho passato a New York. A quel punto ero diventato abbastanza bravo da annoiarmi a cantare soltanto canzoni altrui. Così ho cominciato a scriverne di mie. È veramente uno spreco essere squattrinato, depresso e solo a New York e non scrivere qualcosa.

Qualche anno dopo mi sono trasferito a Los Angeles e la maggior parte delle persone che ho incontrato all’inizio erano songwriter di prima categoria; la mia vita sociale era molto musico-centrica. Continuavo comunque a non essere interessato alla musica come carriera. Ma scrivevo un bel po’ e poi ho cominciato a suonare in giro. Più tardi ho messo insieme una band e prima che me ne rendessi conto la musica aveva riempito tutti i momenti in cui non stavo recitando.

 

Brendan HinesNella biografia sul tuo sito hai scritto che sei stato allevato da “un’ex suora e un ex prete scappati da Brooklyn e dalla Chiesa per sposarsi e insegnare filosofia”. Che influenza ha avuto la tua famiglia sulla tua personalità artistica?

Per lo più mi ha fatto capire il valore dello humour e della letteratura. I miei genitori sono entrambi irlandesi di seconda generazione provenienti dalla classe operaia e facevano gli insegnanti a Brooklyn. L’arte dello storytelling è sempre stata importante per loro. Mio padre avrebbe potuto citare un sacco di poesie, musica folk irlandese, filosofia, Shakespeare e latino. E praticamente ci corrompeva per imparare a memoria poesie o monologhi che amava. La prima volta che ho mai guadagnato dei soldi per una performance di qualsiasi genere è stata quando mio padre mi ha dato dieci dollari per imparare a memoria il discorso del giorno di San Crispino dall’“Enrico V”. Per cui siamo cresciuti in una casa dove c’era un sacco di amore per i libri, la musica e il teatro. Ascoltare dei dischi dopo cena era sempre una cosa piuttosto eccitante per me. Sia che si trattasse dei Clancy Brothers o di Kenny Rogers o di Kris Kristofferson o dell’LP dell’“Amleto” di Richard Burton del 1964, era un grande incentivo per farmi comportare bene.

 

Come ha preso forma il tuo progetto musicale? Come mai hai scelto di usare il tuo nome come “marchio di fabbrica” per il tuo gruppo?

Un’altra decisione che non ho preso consciamente. Quando ho cominciato a suonare da solista mi presentavo come Brendan Hines. Quando i miei amici Kristen Toedtman e Al Sgro hanno cominciato ad accompagnarmi ci chiamavamo “The Fucking Gentlemen” o “Brendan Hines And The Fucking Gentlemen”. Ma sembrava il nome di una band da barzelletta, per cui ho tenuto il “The” e il mio nome per denotare che suonavo con un gruppo. Quando la gente ha cominciato a riferirsi a me nelle conversazioni come “The Brendan Hines” ho capito che ero fottuto. E con fottuto intendo etichettato.

 

In uno dei brani più brillanti del tuo primo disco, “Miss New York”, parli di Los Angeles dal punto di vista di un newyorchese. Pensi che i luoghi dove vivi abbiamo un’influenza sulla tua musica?

Di questo potrei andare avanti a parlare all’infinito. Sì, per me hanno un’influenza. Ho il sospetto che non avrei mai cominciato a scrivere ed esibirmi seriamente se non mi fossi trasferito a Los Angeles e non avessi incontrato gli incredibili musicisti e songwriter e aficionados che ho trovato lì. Conoscevo a malapena qualche songwriter quando vivevo a New York. Semplicemente non era il mio mondo.

In più, ho un’ossessione per i versi e le storie. Ed è ovvio che città differenti raccontano storie differenti. Ma penso che, a seconda di dove vivi e del tipo di persona che sei, i luoghi possano anche incoraggiare o dissuadere gli sforzi creativi. New York, per me, si trovava in un certo senso dal lato dissuasivo di questa equazione. Los Angeles è dove ho finalmente cominciato a suonare canzoni di fronte alla gente.

Mi sono trasferito lì nel 2003 e conoscevo solo una manciata di persone. Non conoscevo per niente la città e non avevo guidato molto negli ultimi cinque anni. Mi lagnavo tutto il tempo di voler tornare a New York. New York era familiare, facile e socievole e lì non avevo mai avuto molto successo, quindi non avevo paura di non farcela perché era già così. L.A. era grande, luminosa, deprimente e solitaria e la cosa che più di tutto mi ha fatto superare il primo paio di anni lì è stata la quantità di tempo che ho passato da solo nei cinema. Soprattutto il “New Beverly” e l’“Egyptian Theater” (sede dell’“American Cinematheque”). Avevano e hanno ancora adesso una programmazione incredibile. Puoi semplicemente saltare avanti e indietro tra questi cinema ogni sera e non annoiarti mai. Se sei un nerd di cinema, è così. Per cui la quantità di vecchi e oscuri film e la qualità di racconto e performance erano qualcosa che mi assorbiva completamente. Sono sempre stato ossessionato dai film, ma essere un nuovo arrivato in una città che ha una tale riverenza verso la sua storia cinematografica, unito alla mia solitudine e alla quantità di tempo che passavo nell’oscurità, mi ha fomentato dal punto di vista creativo. I miei testi sono stati ispirati e influenzati dai grandi dialoghi dei film tanto quanto, se non più, che da qualsiasi songwriter. Ho sempre desiderato fare dei film, ma scrivere canzoni è una sorta di alternativa economica, nobile e non del tutto dissimile.

Comunque, ci sono molti vantaggi nell’anonimato del nuovo arrivato.

 

Brendan HinesIl tuo nuovo disco si intitola “Small Mistakes”. Puoi dirci qualcosa di questo titolo? Pensi che sia possibile imparare dai propri errori?

Gran parte dei miei vent’anni l’ho trascorsa commettendo errori solo per il gusto di farli. Errori e scelte di merda di solito danno vita a storie migliori. Ma a un certo punto ho dovuto ridurli da grandi e orribili a semplicemente piccoli e stupidi. È la mia versione di maturità.

C’è un film del 1974 intitolato “Il mediatore”. L’ho visto anni fa all’“Egyptian”. L’ha scritto Eric Roth. È una sorta di perfetto film di genere. Bo Hopkins ha una battuta fantastica che mi è venuta spesso in mente mentre lavoravo a questo disco: “Vecchio abbastanza per avere imparato la lezione, giovane abbastanza per rifarlo di nuovo”.

 

Che differenza c’è secondo te tra il tuo album d’esordio e il nuovo disco?

“Good For You Know Who” è un “breakup record”. Ho scritto la maggior parte delle canzoni nel giro di qualche mese dopo una rottura particolarmente sgradevole e inattesa e dopo la maniera stupida con cui l’ho affrontata. È uno sbarazzino, amaro, sarcastico, arrabbiato disco post-amore. È diretto per lo più all’esterno. Sono fondamentalmente canzoni del tipo “guarda che cosa mi hai fatto”.

“Small Mistakes” non ha dentro quella rabbia. Non ha nemmeno quel dialogo. Per la maggior parte è fatto di canzoni del tipo “guarda che cosa hai fatto a te stesso”.

“The Butcher’s Son” è un’elegia per mio padre, che è morto qualche anno fa. Era il suo soprannome in seminario. Non era veramente il figlio di un macellaio, era un eccezionale giocatore di biliardo; lo chiamavano “il figlio del macellaio” perché sapeva “tagliare” la palla dannatamente bene.

“Could’ve Sworn” è probabilmente la prima vera canzone d’amore che abbia mai scritto.

“Cahuenga” è un brano nella vena di “Top Shelf” (dal mio primo album) che parla di bere troppo, ma facendo meno baldoria.

Dal punto di vista musicale, è un disco più tranquillo del precedente. È intimo, nel suono e nelle storie. C’è qualche chitarra, un paio di voci, alcune tastiere e il minimo indispensabile di percussioni. Se “Good For You Know Who” è un album da ascoltare prima di uscire a ubriacarsi o fare sesso o cose stupide, “Small Mistakes” potrebbe essere l’album da ascoltare la mattina dopo o la settimana successiva per ricordare a sé stessi le conseguenze.

 

Com’è stata la registrazione di “Small Mistakes”?

È stata facile.

“Lie To Me” era appena stato cancellato, per cui all’improvviso avevo un bel po’ di tempo libero. L’abbiamo registrato nello studio del (produttore) Al Sgro a Los Angeles, che sembra il set del bar di un vecchio western. È scuro, tutto in legno, pieno di vecchi organi, synth, chitarre e shaker.

Ho cominciato registrando tutte le canzoni da solo con la mia chitarra. Poi le abbiamo lasciate da parte per qualche settimana, perché stavo girando “Scandal”. Avere un po’ di distanza da queste registrazioni in realtà è stato utile; pensarci senza essere troppo focalizzati. La sfida era non travolgere l’intimità di quelle registrazioni o dei versi.

Poi è arrivata Kristen Toedtman e ha cantato le sue splendide melodie. È allora che il suono ha cominciato a espandersi un po’ e da quel momento si è trattato solo di trovare qualche rifinitura. Phil Krohnengold, la nostra arma-non-così-segreta/multistrumentista, ha aggiunto chitarra elettrica, piano e voce. Dopodiché è stata solo questione di capire quando smettere di lavorarci sopra.

 

Spesso le tue canzoni sono racconti d’amore pieni di ironia. Per te che cosa occorre a una canzone d’amore per non suonare stucchevole?

Molta gente scrive di una versione romanzata dell’amore. È una cosa che non mi attira proprio. Penso che sia piuttosto stucchevole quando la gente scrive e canta queste canzoni, perché si prende così sul serio. Trovo abbastanza stucchevoli i cantanti che si prendono molto, molto sul serio e non hanno alcuna coscienza di sé o spirito o humour.

So quello che mi piace ascoltare, quindi come songwriter e appassionato di musica tutto quello che posso fare è scrivere il tipo di canzoni che vorrei sentire quando sono innamorato, quando sono appena rimasto devastato, quando sono in cerca di sesso o quando sono in cerca di botte. Mi piacciono le canzoni che parlano di grandi e devastanti eventi, ma descrivendoli attraverso le minuzie. Mi piacciono le belle canzoni con un contenuto veramente cupo e divertente. Senza dubbio, le canzoni che mi catturano o di cui mi innamoro o che mi fanno ridere nei momenti disperati sono canzoni capaci di trovare una prospettiva inaspettata su argomenti banali. Grandi versi e grande prosa possono farti sorridere quando ti senti come se qualcuno si stesse rivolgendo direttamente a te. Quando sembra che l’autore abbia letto la tua posta. Evitare di essere troppo lezioso può essere una sfida quando sei attratto dai versi e dalle rime come me. Non penso di avere mai usato la parola “kiss” o “baby”, ho usato “love” una volta o due, ma in uno di quei casi era perché mi serviva una rima con “Vaseline-filled-glove”. E in ogni caso è una rima piuttosto scarsa. Niente paura, quella canzone non l’ho mai finita.

 

Brendan HinesIl tuo lavoro di attore influenza in qualche maniera il tuo songwriting?

Per lo più nel senso che sono stato abbastanza fortunato negli ultimi anni da guadagnarmi da vivere come attore. Quindi non scrivo più tanto di terribili lavori che schiacciano l’anima come facevo prima.

 

Sei stato uno dei protagonisti della serie tv “Lie To Me”, Eli Loker, che aveva deciso di praticare la cosiddetta “onestà radicale”, dicendo sempre tutto quello che gli passava per la testa. Pensi che un songwriter debba dire sempre la verità o a volte hai bisogno di mentire per raccontare una storia in una canzone?

No, non penso che le canzoni dovrebbero essere dei documentari.

Finché c’è onestà nel modo in cui canto, finché sono me stesso e riesco a riconoscermi nelle parole che canto, non sono un grande feticista della verità.

La disonestà che mi infastidisce è quando qualcuno scrive e canta come un personaggio che non riflette in nessun modo quello che lui è davvero; i tizi che cantano canzoni gentili, dolci, tenere, romantiche, sussurrate e in realtà sono stronzi scostanti, ripiegati su sé stessi, irriflessivi e misogini. Fondamentalmente sono solo uomini d’affari.

 

Se una delle tue canzoni potesse essere inclusa nella colonna sonora di un film del passato, che film sceglieresti?

Se il fantasma di Sergio Leone si presentasse alla mia porta con una macchina del tempo e una commissione per una canzone, mi piacerebbe lavorare con Ennio Morricone per “C’era una volta il West”. All’inizio probabilmente sarei terrorizzato, ma poi sarebbe eccitante.

 

Per te è più difficile stare di fronte a una telecamera o a un pubblico con la tua chitarra? Come vivi il tuo rapporto con le performance dal vivo?

Divento di gran lunga più nervoso a cantare canzoni che non a stare di fronte a una telecamera. In parte perché non è molto tempo che lo faccio. Ma una performance dal vivo mi fa sempre più paura. Quando stai davanti a una telecamera di solito sei circondato da gente con cui hai già lavorato prima o con cui stai lavorando da un po’. Generalmente, la maggior parte delle cose in quell’ambiente sono lì per farti dare il meglio. C’è silenzio, le scene sono girate un pezzo alla volta, ognuno è un professionista che sta lavorando essenzialmente per lo stesso obiettivo. In più, reciti parole che ha scritto qualcun altro.

Raramente è così in un bar o in qualche altro locale dove si fa musica. Prima di tutto, le parole che stai cantando sono le tue. Probabilmente cose che ti sono successe davvero o con cui hai qualche legame emotivo. In un bar, in particolare, devi conquistarti il pubblico. E alcune persone non hanno nessuna intenzione di farsi conquistare. Sono quelli che parlano durante le canzoni.

Quindi, sì, la mia risposta è che per me è più dura dal vivo. Ma alla fine è più gratificante esibirsi dal vivo perché, se sei fortunato, trai dal pubblico un’energia immediata ed è quella la droga che ti spinge a tornarci.

 

Nel 2010, la tua canzone “The Butcher’s Son” è stata inclusa nel primo volume del nostro progetto OndaDrops, insieme ad altri cantautori promettenti. C’è qualche songwriter della scena attuale che apprezzi in particolare?

Eef Barzelay è davvero grande. Non fa parte della scena attuale, ma non smetterò mai di amare Elvis Costello. Sono una persona terribile a cui fare domande sulla nuova musica, in realtà. Cerco di evitare le cose più di moda. Evito anche la maggior parte dei nuovi songwriter, per la stessa ragione per cui non amo guardare gente che mi assomiglia alla televisione o nei film. Sono uno stronzo competitivo e critico.

Ho cercato di evitare anche M. Ward finché ho potuto. Ma è impossibile. Lui è incredibile.

 

Che piani hai per il futuro, sia in campo musicale che cinematografico?

Sempre lo stesso, ma con più gente a cui ne frega qualcosa. Riguardo a entrambe le cose.


The Brendan Hines - The Butcher's Son (live)

(da "OndaDrops Vol. 1: Do you know the way to blue?")
[download]

(16/09/2012)

Discografia
Good For You Know Who (self released, 2008)

7

 Small Mistakes (self released, 2012)

7

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Miss New York
(live, da "Good For You Know Who", 2008)

Top Shelf
(live, da "Good For You Know Who", 2008)

The Brendan Hines su OndaRock
Recensioni

THE BRENDAN HINES

Small Mistakes

(2012 - self released)
Brendan Hines, da volto televisivo alla maturitÓ di songwriter

THE BRENDAN HINES

Good For You Know Who

(2008 - self-released)
Un esordio all’insegna di un country-folk ironico e romantico

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