thisquietarmy & Yellow6

Death Valley

2012 (Basses Frequences) | ambient, drone

La descrizione di luoghi reali o immaginari, anche soltanto la resa prospettica di uno spazio, sono sfide che nel tempo la musica ha affrontato con curiosità e impegno sempre maggiori. Se già nelle arti visive, infatti, non è facile attribuire dei “sentimenti” ai simulacri naturalistici, viceversa in musica risulta forse ancor più arduo suggerire le caratteristiche sinestetiche del reale – tratteggiarne, per così dire, i confini e le sfumature.
In tal senso il field recording sarebbe l’equivalente acustico del ricalco, un’appropriazione non dissimile dal desiderio infantile di emulare più fedelmente possibile ciò che vediamo. D’altro canto, la musica ambient (e in seguito la drone) ha man mano messo da parte la sua primigenia funzione “ornamentale” per configurarsi come estetica a sé stante, generativa anziché complementare.

E’ su queste basi che può innestarsi l’idea - il concept - di un album-paesaggio, un articolato soundscape che possa ritrarre l’immota esistenza della Death Valley, che coi suoi oltre duecento chilometri di terreno arido si potrebbe definire come una sorta di oceano in superficie, dalla calma sinistra e imperturbabile. Quest’anno l’etichetta francese Basses Frequences ripubblica in un doppio disco le due parti (datate 2010 e 2011) dell’opera a nome thisquietarmy (Eric Quach) e Yellow6 (Jon Attwood), autori decisamente simili nella riflessività del loro approccio musicale. I due abbracciano di buon grado l’indole isolazionista che la descrizione di questo ambiente richiede, riducendo all’osso gli strumenti e la relativa effettistica.
Le note dominanti sono sempre quelle di chitarra, eco distante e malinconica che sin dal quadro introduttivo “Sand” non può non ricordare il greve “Dead Flag Blues” dei Godspeed all’esordio. La lunga suite “Salt”, invece, dà evidentemente risalto alla massiccia componente salina che rende infertile questa distesa desertica, al cui interno si trova anche il rinomato Zabriskie Point, quel paesaggio magnificamente surreale che a suo tempo ispirò anche il nostro Michelangelo Antonioni.

E dopotutto parliamo di una musica che un certo potenziale visual-cinematografico indubbiamente ce l’ha, e che forse ben si presterebbe a commentare gli scenari post-industriali della Zona tarkovskiana. E’ solo una delle tante immagini che può suggerire questo dronismo lento ed elegiaco, memore anche dei recenti Natural Snow Buildings - la somiglianza risulta clamorosa proprio in “Under the Snow” - se non per un sound complessivamente più pulito e cauto nella stratificazione delle sorgenti.
Come disegnando un elettrocardiogramma della vallata, nel battito di “Creek” si inscrive un loop chitarristico lento e regolare: è il quieto pulsare della mera presenza di un luogo che porta il nome della morte stessa. In tal modo “Death Valley” intende raccontarci, in definitiva, che l’anima delle cose risiede anche dove sembra impossibile scorgerne il minimo segno.

In ultimo, la nuova edizione ospita il remix di Fear Falls Burning (Dirk Serries), già collaboratore di Nadja, Birchville Cat Motel e molti altri illustri progetti drone: una rilettura fitta di layer eterei e linee distorte in andirivieni; un gran finale che sembra voler radunare i singoli quadri che l’hanno preceduto e farne un sunto epico e definitivo. Giunge così a compimento un’opera suggestiva e coerente nel suo svolgersi, la cui forza evocatrice giunge in gran parte dal soggetto che l’ha innescata. C’è sicuramente spazio per altre operazioni di questo tipo, tante quante la natura saprà ancora ispirarne.

(27/11/2012)

  • Tracklist
Disc 1 - Death

  1. Sand
  2. Furnace
  3. Salt
  4. Dry Lake
  5. Under The Snow

Disc 2 - Valley

  1. Dunes
  2. Creek
  3. Flats
  4. In The Shadow Of The Valley (Fear Falls Burning remix)


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