Chiunque abbia prestato orecchio ai precedenti lavori di
Laura Veirs (specialmente l'accoppiata “Carbon Glacier” e “Year Of Meteors”) sa cosa aspettarsi ormai da lei. Pur addolcito, quasi classicizzato nel corso degli anni e dei dischi, il suo è un linguaggio che il tempo non è riuscito minimamente a scalfire, che si regge su fondamenta tali da poterle permettere di muoversi con perfetta scioltezza, senza correre il rischio di cadere nell'eterna ripetizione dei soliti moduli espressivi. A cavallo tra tradizione ed eversione, elettricità e corde di nylon, il mix a tinte pastello della cantautrice dal Colorado (ma ormai pienamente stabilitasi nel cenacolo allargato che è diventata la scena di Portland) si è modificato man mano per minime trasformazioni, magari rinunciando ai toni eccessivamente
weird e “acrobatici” delle prime fatiche, per guadagnarci in uniformità stilistica.
A queste premesse ottempera pienamente anche “Warp And Weft”, ottavo studio album per la musicista, che segue di tre anni l'uscita dello scorso “July Flame” (e di due “Tumble Bee”, raccolta di canzoni folk pensata per un pubblico d'infanti). Ed è proprio da quest'album che prende le mosse l'ultimo arrivato nella già folta discografia della Veirs: quando la fiamma di mezza estate già faceva in parte terra bruciata delle tentazioni più stravaganti del passato, pervenendo a una più posata maturità d'intenti, il suo successore ne condivide e ne sottolinea la missione, arricchendosi anzi di una calda dolcezza d'insieme, che permea lo stesso aspetto compositivo. La ragione è presto detta.
Scritto interamente durante i nove mesi della sua seconda maternità, il disco abbraccia infatti con costanza il calore degli affetti familiari, ma non s'incentra necessariamente su tematiche domestiche, esibendo piuttosto un'ampia rosa di significati, tutt'altro che unitaria nel soggetto. Ampiezza ben suggerita anche dal numero di collaboratori coinvolti: tra tutti spicca
Neko Case nel duetto d'attacco “Sun Song” (quasi a richiamare nella memoria i pregevoli passi a due delle
First Aid Kit), occorre però anche menzionare gli interventi vocali di
KD Lang e di
Jim James, nonché il marito Tucker Martine in cabina di regia, a donare alla delicatezza della consorte il giusto ventaglio di sfumature.
E quindi ecco sfilare, con la semplice grazia dei gesti quotidiani, con la coerenza di chi non ha niente più da dimostrare (prima di tutto a se stesso), melodie facili facili, appena innervate da un tocco di synth e da qualche vena di elettrica (“America”), timide riflessioni in salsa country, sorrette dalla voce un filo più apprensiva della firmataria (“Finister Saw The Angels”), favole moderne, capaci di sublimare anche il più tragico degli avvenimenti (“Dorothy Of The Island”). Di fatto, è proprio grazie alle sue spiccate doti narrative, al suo istintivo talento di favolista, che la Veirs concepisce uno tra i più alti momenti del suo repertorio. Storia della piccola Sadako Sasaki, bambina giapponese che negli ultimi giorni di vita ha realizzato un'infinità di piccoli origami di gru, spinta a ciò da una tradizione popolare che voleva che questo l'avrebbe salvata dalla sua malattia (la fanciulla è morta a causa delle radiazioni ricevute a Hiroshima), “Sadako Folding Cranes” diventa nelle mani della cantautrice statunitense un gioiello d'irresistibile, sconfinata dolcezza, in cui la sofferenza della protagonista quasi viene annullata, trasformata in totale, purissima poesia, e fatta sconfinare poi nelle sinuosità jazzate della conclusiva "White Cherry". Sortilegi che soltanto l'arte riesce a intessere.
E quando anche l'ispirazione risulta lievemente più appannata della media (“That Alice”, dedica alla straordinaria jazzista Alice Coltrane, avrebbe forse giovato di una maggiore spoliazione sonora, così come le rare derive
weird, racchiuse nei due interludi “Ghosts Of Louisville” e “Ikaria”, mal s'incastrano col restante lavoro), poco importa, in fin dei conti. Malgrado i quindici anni di carriera, Laura Veirs è un'autrice che continua, incurante delle stagioni che si avvicendano, a mantenere intatta la propria genuina freschezza. Non sarà poi molto, ma in quanti possono vantarsi di essere arrivati all'ottavo album in questa condizione di forma?