Sono passati tanti, tanti anni dall'ultimo suono proferito dal progetto di Mike VanPortfleet. L'ultimo disco uscito ufficialmente sotto il
moniker Lycia fu “
Tripping Back Into The Broken Days” del 2002, ma già all'epoca si stavano nutrendo i primi dubbi, la
release infatti era nata per il progetto Estraya e solo all'ultimo fu marchiata con l'altro nome. Da allora è uscito solo un piccolo Ep, tre (ormai quattro) anni fa, “Fifth Sun”. “Quiet Moments” arriva dopo un silenzio sterile, di pura assenza dalla maestosità isolazionista e invernale dei loro capolavori usciti nel corso del tempo per la Projekt Records di
Sam Rosenthal (il leader dei
Black Tape For A Blue Girl).
Un piccolo Ep che ha permesso la rinascita del progetto e la volontà di rivisitare il proprio stile, quello maturato ai tempi del “A Day In The Stark Corner” e del magnifico (e ormai inarrivabile) “Cold”, ripartendo anche da idee e tracce composte e iniziate in tempi non sospetti, quando i Lycia sembravano del tutto abbandonati.
“Quiet Moments” si presenta così come una perfetta sintesi dell'anima ambientale, oscura e glaciale del gruppo americano. In essa, come un'essenza rara, troviamo la dimensione minimale, ridotta all'osso e lucida di una luce opaca, sognante. Qui si perdono quasi del tutto le componenti chitarristiche e più orientate a una ritmica industriale, a favore di una visione eterea che segue la strada che fu dei
Dead Can Dance e in parte dei
This Mortal Coil, seppur con un abbraccio ambient più marcato che fa delle iniziali
title track e “The Visitor” due sentieri paralleli, costruiti su un ghiaccio sottile, che ci conducono al mondo apparentemente immobile ed eterno di “Antarctica” e “Greenland”.
Il viaggio si muove così, tra lenti e delicati cambi di prospettiva dentro un micromondo costruito sulle fondamenta di una solitudine romantica. Solo quando arriviamo al cuore del disco troviamo una forma diversa, vicina a una ballata morente, decaduta sotto la luce nascosta da mille alberi (“The Spring Trees”) oppure moti ritmici sommessi ma vibranti, costruiti su
pattern rumoristi tagliati e opachi (“The Wind Sings”).
Il canto di Tara, che troviamo in “Spring Trees” e nella conclusiva “The Soil Is Dead”, sigilla in maniera distaccata, quasi una voce da un’altra dimensione, questo spazio tra luce e oscurità, tra psichedelia e sublime terreno, una sensazione straniante che ci confonde sin dal principio dell’opera. Le parole di Mike cadono invece come caduchi suoni inghiottiti da ombre morbide, che si accavallano attorno alla vegetazione, in una rincorsa verso l’oblio (“Dead Leaves Fall”, “Dead Star, Cold Star” le due composizioni più elettro-oriented) .
“Quiet Moments” è un titolo simbolico che sintetizza un percorso nascosto, che appare di immobile bellezza, capace di sola ammirazione. Questa nasconde in sé moti contrastanti, una corda bagnata e tesa in bilico tra l’isolazionismo più cupo e l’estetica romantica della solitudine. Due facce di una meraviglia; il dualismo di un ritorno inaspettato, che possiamo solo scoprire e riscoprire.