Nancy Elizabeth

Dancing

2013 (Leaf) | songwriter, avant-folk

Sarà pure un cliché dei nostri tempi, a giudicare dai comunicati stampa e dalle affermazioni di moltissimi cantautori contemporanei che ne fanno menzione, eppure l'isolamento volontario, la reclusione dal resto del mondo, alla ricerca di se stessi e della propria ispirazione, sembra essere diventata un'esigenza primaria, una necessità avvertita nello stesso modo da emergenti e musicisti affermati. Tra i tanti conquistati dal fascino della solitudine, annoveriamo con piacere la britannica Nancy Elizabeth, che a distanza di quattro anni dai tenui bozzetti intimisti di “Wrought Iron”, ritorna sulle scene totalmente rinata, sulle note di “Dancing” che sprigiona una maturità e una consistenza encomiabili.
La ragione dietro a un simile piacere è presto detta: benché artista di comprovato talento, capace di migliorarsi di uscita in uscita, alla polistrumentista di Wigan ancora mancava quel quid che ne facesse di una promessa un punto di riferimento. Al terzo album (e si sa quale scoglio possa rappresentare per chiunque, un terzo album), la trasformazione può dirsi compiuta: se la segregazione volutamente ricercata ha contribuito anche solo in minima misura a questa fioritura, c'è di che essere contenti, per noi ascoltatori e per una musicista che ha finalmente escogitato la sua privatissima strada alla fonte alla canzone d'autore.

Nessun rimando diretto alla sterminata tradizione folk anglosassone, pochissimi i contatti con le volute oniriche degli ultimi Talk Talk: la Nancy Elizabeth del 2013 è semplicemente se stessa, lontana da facili riferimenti e detentrice di un'espressività che sa dominare con piena sicurezza, nell'ideazione di un ciclo di dodici brani che coniugano senza difficoltà varietà e ricerca timbrica. Senza troppo girarci intorno, la danza della Cunliffe non è propriamente il classico disco voce e chitarra per i più irriducibili amanti del folk. Peraltro, la chitarra non è nemmeno lo strumento principe del disco, imbastito com'è sul pianoforte e su puntuali interventi di computer-music (fatto che forse farà storcere il naso a chi aveva amato la magia arcana della sua arte).
Di fatto, quello che la inglese sforna per l'occasione, è un saggio di folk destrutturato, moderno e simultaneamente senza tempo, che prende le mosse dai retaggi della tradizione e su di essi si muove a suo piacimento, miscelandone aromi e sapori con scafata destrezza. L'attacco affidato a “The Last Battle”, memore degli equilibrismi vocali di una Josephine Foster, si fa portavoce di quanto detto: la melodia segue traiettorie bizzarre; la voce, forte di una nuova scioltezza, solfeggia flautata e austera come persa in un incanto; l'ordito strumentale lavora di fino al di sotto, teso alla realizzazione di un sottile, fumoso, commento psichedelico. E questa, a ben vedere, è un po' una costante nei brani di “Dancing”, il leitmotiv che le raduna sotto lo stesso tetto, ma che lascia loro notevole libertà d'azione.

E infatti, a chiusura di un girotondo dai sentori antichi quale “Indelible Day” si protende una coda per soli droni, quasi un gesto d'anarchia dopo la severità d'impostazione del brano. Questa dicotomia informa un po' tutto il disco. Da un lato le rigorose e introspettive interpretazioni della Cunliffe che si muovono sopra arrangiamenti di sobria e fantasiosa bellezza (l'ambience rarefatta che circonda “Simon Says Dance”, le volute eteree per arpa e chitarra di “Debt”, il pianismo fervido e accorato di “Shimmering Song”), dall'altro, esperimenti per synth e computer (lo studio per voci ed elettronica di “All Mouth”, quasi una versione più delicata delle astrazioni technoidi di Holly Herndon, come pure la chiusura per droni e campanelli affidata a “Last Sleep”) spiattellano nero su bianco la ricchezza della posta in gioco, la sfrontata libertà d'azione, nel dare nuovo lustro e personalità a un linguaggio antico quanto l'Inghilterra stessa.
Con una danza che spazza via ogni dubbio rimasto sulle qualità della sua autrice, una dimostrazione di maturità sorprendente. Assieme a Serafina Steer e Mary Epworth, un terzetto di signore della canzone inglese a portare avanti i fasti del folk più obliquo: non sapremmo chiedere di meglio.

(04/06/2013)

  • Tracklist
  1. The Last Battle
  2. Heart
  3. Indelible Day
  4. Mexico
  5. Simon Says Dance
  6. Death In A Sunny Room
  7. Debt
  8. Shimmering Song
  9. All Mouth
  10. Raven City
  11. Desire
  12. Early Sleep
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