Sebastian Plano

Impetus

2013 (Denovali) | modern classical

Viene dall'Argentina l'ultimo, sfavillante talento di quel sempre più popolato universo di compositori che suole scendere sotto la scomoda e approssimativa definizione di modern classical. Non è decisamente fertile in tale ambito la terra natia di Sebastian Plano, una nazione con pure una tradizione musicale di indiscutibile importanza ma ben distante da quei lidi su cui i paesi del Nord Europa e la Germania hanno da sempre un incontrastato monopolio. Lo stesso che Denovali sembra aver posto – con questo 2013 di produzioni eccelse a fungere da sigillo definitivo – accaparrandosi sotto la sua ala protettiva tutti o quasi gli ultimi prodotti dei più disparati vivai: dai Piano Interrupted a Greg Haines, passando per il più stravagante John Lemke, e con Nils Frahm pronto a porsi in pianta fissa dietro la consolle del mastering.

Di Plano dicevamo, una ventina abbondante d'anni di cui almeno tre quarti passati fra le mura del Conservatorio, spartanamente guidato allo studio di quel violoncello che è diventato un po' la sua voce, il mezzo espressivo delle sue emozioni. I primi bozzetti di composizoni a dodici anni, il master in musica da camera ad appena ventuno: il classico ragazzo prodigio, insomma, di quelli da cui sarebbe magari lecito aspettarsi il compitino impeccabile e la forma pura. Poi il debutto, spiazzante per quei pochi che già conoscevano la sua biografia, all'insegna di un'elettronica contaminata dagli archi ma tutto fuorché accademica. E ora “Impetus”, la maturità, il recupero dell'esperienza passata mescolata al presente elettronico, ma non solo: il disco di una potenziale ensemble che unisce strumenti acustici, synth e laptop legandoli con un filo di pura magia che a conti fatti si rivela l'elemento in più.

C'è del romanticismo, ora, nella musica di Plano, un elemento nuovo che si materializza tanto nel languore disteso à-la-Paul Sauvanet della title track che apre le danze, quanto nel candido fluire dell'eterea “Angels”, affreschi dai colori accesi che ritraggono intrecci di emozioni e sentimenti. Il tenore dell'album si mantiene analogo per quel che riguarda la componente emotiva, aprendosi però a variazioni anche marcate sul tema: tra i rigagnoli ritmici di “The World We Live In” il paesaggio si fa vivo e brillante, quasi primaverile, in contrapposizione totale alla pura malinconia (prettamente invernale) di “Blue Loving Serotonin”. Fra le doti maggiori dell'argentino vi è quella di riuscire a dipingere tinte maestose con la grazia e la delicatezza di un acquerellista: le sfumature in continua mutazione della sensazionale “All Given To Machinery” ne sono la dimostrazione più eloquente, fra nuvole in lento e costante passaggio e raggi di sole a farsi spazio mansueti. Nella medesima direzione, il caleidoscopio di “Emotions (Part II)” fissa la lente di ingrandimento soffermandosi ulteriormente sul contrasto fra le pennellate pizzicate e stratificazioni.

Il discorso arriva a compimento definitivo nell'unisono della conclusiva “Inside Eyes”, viaggio interiore che riassume in dodici minuti i linguaggi affrontati nel resto dell'album: il pianoforte a guidare, l'elettronica a disegnare nebulose sullo sfondo, il violoncello erto di nuovo a voce principale e leggeri rintocchi a fungere da ornamenti. E ha ragione chiunque dirà che “è tutto qui”, il mondo di Sebastian Plano: variopinto quanto semplice, in linea con la tradizione quanto lontano dai suoi limiti, emozionalmente sviluppato quanto accattivante. In una sola, definitiva parola: magico. E se il problema maggiore di parte delle recenti produzioni cameristiche sta proprio nella mancanza di un tramite fra il loro linguaggio e il cuore di chi ascolta, trovare oggi un disco in tal senso migliore di “Impetus” è impresa che rasenta l'impossibile.

(28/09/2013)

  • Tracklist
  1. Impetus
  2. The World We Live In
  3. Blue Loving Serotonin
  4. In Between Worlds II
  5. Emotions (Part II)
  6. Angels
  7. All Given To Machinery
  8. Inside Eyes
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