Irresistibile. Il nuovo disco della comune losangelina – al momento riusciamo a contare almeno quattordici elementi in pianta stabile e almeno sette collaborazioni qui e lì – non è una semplice raccolta di dodici nuove canzoni, ma una dichiarazione d’intenti. Quella di miscelare il suono jamaicano di Soul Syndicate e Prince Buster con quello ska degli Hepcat, dai quali provengono il tastierista Deston Berry e il cantante (nonché attore) Alex Désert. In mezzo, come giusto collante, i due hanno deciso di inserire spruzzate soul, dub, funk e il risultato è (appunto) irresistibile. Tre quarti d’ora scarsi di musica che sono una manna dal cielo: canzoni di “redenzione” come Bob Marley ha insegnato alle masse, si mischiano ad altre politiche, religiose, sensuali o semplicemente strumentali (“New Girl”) come valvola di sfogo per un mondo che soffre, lanciata a tutta la società occidentale.
Farebbero la felicità di Rob, il protagonista di “Alta Fedeltà” di Nick Hornby, questi ragazzi di base a Los Angeles e con il cuore girovago che per il loro secondo capitolo hanno pensato addirittura a un box set in edizione limitata con otto 45 giri. Un lustro è già passato dal debutto più reggae “Jungle Struttin” (su Ubiquity Records), e ora ci riprovano con “This Generation”: una dozzina di canzoni in bilico tra vecchia passione e umore contemporaneo che ha già piacevolmente impressionato mezza stampa inglese e non solo. L’album in questione ha pregi chiari e altrettanti limiti evidenti: rivitalizza un sound che è già di per sé papabile colonna sonora per almeno tre generazioni distribuite in qualsiasi anfratto terracqueo, ma resta imbrigliato in quelle formule già note a tutti che sono vere e proprie secche creative.
Così, soprattutto sul finale, ci si arena a causa di quella che sembra essere in tutto e per tutto una carrella di brani-déjà vu. Tutte le tracce, seppur ottime, rappresentano un imperituro e sentito, a volte diremmo sentitissimo, tributo a un mood mai passato di moda. Ci sentiamo di sottolinearne la bontà d’intenti, ma già la traccia che dà il titolo all’intera compilazione parla chiaro: è il fantasma della soundtrack di “This Is England“, ad alto tasso di punk-modismo, che riemerge dal 2006. E non è che sprizzasse d’originalità già allora. Toots & The Maytals, così come Paul Weller e The Upsetters ritornano in più di un’occasione lungo la scaletta con un’operazione (che potremmo definire) di restauro.
Le acque dove si sono gettati i Lions sono quindi storicamente profonde, eticamente importanti, mentalmente stranianti, contenutisticamente pericolose e sicuramente frutto di un’onestà intellettuale sulla quale siamo pronti a scommettere; ma allo stesso tempo la materia sonora che ne scaturisce necessita di una corretta posologia e un’obbligatoria propedeutica. Come dire, così è se vi piace.
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11/02/2013