Un’America Wenders-iana, desolata, isolata, ridotta all’osso di una violenza poetica e ancestrale viene descritta nell’ultimo disco dei
Willard Grant Conspiracy. Band da sempre dal sound integro e intransigente, che ruota intorno alla figura centrale del cantautore Robert Fisher, qui impegnato in un esercizio poetico dedicato a Bodie, città mineraria fantasma delle Sierra.
Il paesaggio urbano, cadente e spettrale, pare rivivere nello scarno fingerpicking del disco, nel lamento placido ed elegiaco della viola, a dipingere grigi, malinconici acquerelli: “Oh we wait and the tears won’t come” (“Oh We Wait”).
Il risultato qualcosa di piuttosto simile al concept dei
Richmond Fontaine, “
The High Country”, per quanto intriso di una contemplazione per storie sepolte (“Perry Wallis”, “Good Morning Wadlow”) e per la caducità delle opere umane al cospetto della natura (“The Early Hour”, “Parsons Gate Reunion”).
In linea di massima è proprio l’integrità espressiva del tutto, per quanto apprezzabile, a rendere “Ghost Republic” vagamente inerte e prevedibile, del tutto attinente ai canoni dell’alt-country più scheletrico, col suo corredo di distorsioni allucinate (“The Early Hour”, la
Callahan-iana “Incident At Mono Lake”).
Insomma la freschezza artistica non è forse mai abbondata dalle parti dei Willard Grant Conspiracy – anche se l’ispirazione, magari, sì – e quest’ultimo lavoro non fa difetto: anche in un lavoro dalle così alte aspirazioni letterarie può esserci della maniera.