Andrea Arnoldi e Il Peso Del Corpo - Le cose vanno usate le persone vanno amate

2014 (self-released)
songwriter

Il cantautore bergamasco Andrea Arnoldi debutta a nome Il Peso del Corpo con gli sperimentali “Il Peso del Corpo”, la cassetta “Quando ero piccolo m’innamoravo di tutto” e lo psichedelico “Un mondo perfetto”.
In “Le cose vanno usate le persone vanno amate” l’istinto iconoclasta si fa da parte e prevale nettamente il tono austero della composizione sinfonica.

Il Peso del Corpo diventa dunque una band di supporto che comprende più di una dozzina di musicisti. Il leader, chitarra e voce, è accompagnato da due multistrumentisti che già fanno per dieci, Leonardo Gatti (violoncello, contrabbasso, congas, charango) e Gionata Giardina (batteria, ocean drum, spagnolette, tubo, tamburo a cornice, cembali, crepitacoli). Non contento, predispone anche un vero e proprio ensemble allargato da camera. Il concertino è formato da: Ida Di Vita (violino), Pierluigi Brignoli (clarinetto, sax soprano), Maurizio Bolis (armonica), Nunzio Bongiorno (bassotuba), Christian Bosio (tromba), Luca Bersanetti (sax tenore), Giuseppe Olivini (organetto portativo, theremin, sitar, sognali, table tubes, campana di cristallo, kalimba, carillon, arpa troubadorica), Alessandro Lollio (whistler), Fabio “Musica Da Cucina” Bonelli (oggetti), e il Gran Coro Nova Boemia Franz Kafka.

Così, il concertino è portentoso nelle due monumentali ninnenanne dell’album, “Àncora” e “Cometa”. In “Àncora” dipinge una melodia autunnale e la replica con variazioni diafane, aggiungendovi infine il tintinnio dell’arpa, fino a prodursi in dissonanze di armonici sfumatissimi che trovano un pertugio per l’aldilà. In “Cometa” l’alternanza tra pizzicati petulanti e legato aerei adorna e impreziosisce la mestizia, e poi dà luogo a uno splendido balletto campestre in crescendo, eseguito con una perizia classicheggiante degna della Penguin Cafe Orchestra.

Il violoncello guida il rock’n’roll orchestrale di “L’ortica”, per canto sdoppiato e ottoni da jazz di strada, poi incaponendosi e incalzando sempre di più come se eseguisse una fuga vivaldiana. La dolente filastrocca di “Requiem”, il momento più vicino a una murder ballad, importa un corale Bach-iano e un lungo adagio strumentale. C’è anche una coscienza dadaista: “Cosmogonia” è una samba che riprende la muzak italiota di Piero Umiliani (i coretti “pa-ra-papà”), ma gli archi si producono in gare di episodi virtuosistici che finiscono per fratturare la canzone in cambi di tempo e cacofonie.

Il clarino melanconico fa il ruolo del solista in mezzo al “coro” degli archi, che rumina i territori sia minimalisti di Nyman e sia tardoromantici dei quartetti di Dvorak, nella ballata di “Parigi-Torino” cantata col tipico registro pacatamente fatalista di Leonard Cohen.
Più equilibrate sono le pièce che danno spazio alla voce tutta erre moscia di Arnoldi, con solo qualche comparsa magica di coro e sitar finale (“Decalogo”), rigurgiti blues per armonica a bocca (“Ringiovanimento”, il pezzo più duro dell’album), trasparenze di organetto ed effetti strumentali (la taranta di “Ultima lettera di K a Milena”).

È un concept sulla morte, ma che colori di timbri, che scintilla d’invenzione, che nobile senso di caos vitale. Grande merito - oltre alle canzoni in filigrana di Arnoldi - alla direzione d’orchestra di Gatti, che ha co-arrangiato i brani uno per uno e predisposto uno spettro armonico grandioso. Non solo un disco nel disco, quello delle orchestrazioni, ma più opere in un una, stili e registri che si raggrumano in emozioni. I casi di preparazione tecnica, ambizione e affiatamento asserviti a canto ineffabile sono pochi: questo rimane. Altri arrangiatori: Christian Frosio (voci), Pierluigi Brignoli (fiati). Uscito su licenza Creative Commons.

Tracklist

  1. Rebus
  2. Àncora
  3. L’ortica
  4. Parigi-Torino
  5. Cometa
  6. Cosmogonia
  7. Ultima lettera di K a Milena
  8. Requiem
  9. Coda
  10. Ringiovanimento
  11. Decalogo

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