Terzo album in studio per il duo di Brooklyn, dopo il fulminante
esordio omonimo del 2010 e la conseguente conferma, l’anno successivo, con “
Portamento”. Jonathan Pierce e Jacob Graham si sono presi più tempo per metabolizzare l’ennesimo cambio di formazione e realizzare queto “Encyclopedia”. Come li ritroviamo? Le influenze sono sempre quelle (
Smiths, la C86,
New Order, il surf) e, di conseguenza, sempre
unoriginal. La differenza sta tutta nel fatto che i Drums hanno deciso di esagerare e di abbondare su tutto.
Ci sono più chitarre luccicanti, c’è (molta) più
drum machine, più distorsione, i brani sono dilatati e la voce risulta quanto di più artefatto possibile. Quando funziona, arrivano i pezzi memorabili, come la
casablanchiana “There Is Nothing Left”, la sognante “Wild Geese” o “I Can’t Pretend”, dove sembrano i
Rapture alle prese con una cover dei
Pixies.
Non mancano nemmeno momenti di grande lucidità pop (“Kiss Me Again”) e stilettate a cavallo tra post-punk e dark-wave (“Face Of God”), ma l’impressione è che questa volta i Drums si siano adagiati troppo, cercando di replicare ossessivamente, ma con minore fortuna, la formula vincente che li aveva fatti apprezzare in passato.
Insomma, i Drums hanno dato ai fan ciò che i fan volevano: melodie immediate,
beat incalzanti,
handclapping a oltranza. Tutto molto bello, ma già ampiamente sentito.
In alcuni frangenti, la band sembra anche volersi scrollare di dosso quella patina dorata e artificiosa che la ricopre, azzardando ritmiche al limite del punk per sonorità lo-fi e ritmo. Ma è come se non ne fosse pienamente convinta: manca la rabbia, nonostante testi non certo positivi, e tutto finisce con il perdersi nella spesso eccessiva durata dei brani.
In sintesi: un disco che si fa ascoltare bene, ma che alla fine si lascia poco alle spalle, se non una manciata di canzoni.